#Finsubito news dalla rete – la norma è in Costituzione, i fatti ancora no


Ai primi di ottobre di dieci anni fa, spiegano i Riformatori Sardi, partì la battaglia per portare l’insularità nella Costituzione. Il presidente del partito era Roberto Frongia, scomparso poi nel dicembre 2020. Per i sardi quella è rimasta una delle poche vittorie politiche davvero trasversali. Il 28 luglio 2022 la Camera approvò il testo con 412 voti favorevoli, nessun contrario e un solo astenuto. 

Oggi, nel decennale, gli stessi promotori dicono con franchezza che la fase due, quella dei fatti, non è mai davvero decollata. L’articolo 119 non sarebbe stato scritto per essere celebrato negli anniversari. Dovrebbe cambiare la vita di cittadini e imprese che, secondo il comunicato, pagano più di tutti trasporti, energia e logistica. Per capire se quel giudizio regge bisogna guardare cosa dice davvero la norma, cosa è accaduto dopo e quanto vale, in euro, lo svantaggio che avrebbe dovuto rimuovere.

Un principio, non una formula di calcolo

La riforma è la legge costituzionale 7 novembre 2022, n. 2. Ha aggiunto all’articolo 119 un comma in cui la Repubblica riconosce le peculiarità delle Isole e promuove le misure necessarie a rimuovere gli svantaggi derivanti dall’insularità. Il testo è breve e volutamente generico. Introduce un principio di qualità, non regole cogenti, ripartizioni fisse o quantità garantite. Per questo i suoi effetti dipendono interamente da ciò che Parlamento, Governo e Regione decidono di farne.

C’è anche una questione di storia costituzionale. Prima della riforma del 2001 l’articolo 119 prevedeva contributi speciali per valorizzare il Mezzogiorno e le Isole. Quel comma venne soppresso, tanto che più di un giurista parlò di una Costituzione che certificava “l’isola che non c’è“. Il principio del 2022 ripara dunque una dimenticanza vecchia di un ventennio.

La collocazione nell’articolo sull’autonomia finanziaria degli enti territoriali ha una conseguenza. La presidente Alessandra Todde, intervenendo davanti alla commissione parlamentare per l’insularità, ha sostenuto che ridurre il principio a nuove misure finanziarie, anche perequative, è una concezione approssimativa se non fuorviante. Una Repubblica che si ricorda dell’insularità solo in sede di legge di bilancio, ha aggiunto in sostanza, resta condannata a usare male le risorse senza benefici per le popolazioni.

La lunga strada: da 200mila firme alla Camera

Il percorso fu eccezionale. Il progetto di legge costituzionale era d’iniziativa popolare, fatto raro. Raccolse oltre duecentomila firme, anche grazie agli emigrati sardi nelle altre regioni e all’associazione delle isole minori, e fu presentato al Senato il 5 ottobre 2018. Michele Cossa, che presiedeva la commissione speciale del Consiglio regionale e il comitato promotore, rivendicò che per la prima volta nella storia della Repubblica una legge popolare cambiava la Costituzione. Nel 2022 arrivarono le due deliberazioni conclusive: il Senato il 27 aprile, la Camera il 28 luglio. Poi non fu chiesto alcun referendum. La legge è in vigore dal 30 novembre 2022.

Quella stagione ebbe un merito politico, che un comunicato dei Riformatori giustamente ricorda. Attorno a un obiettivo si unirono partiti, imprese, sindacati, università. Al momento del voto le promesse erano alte. Cossa dichiarò che ora serviva un grande lavoro perché il principio venisse declinato in vantaggi reali per l’isola. Altri furono più cauti già allora. Romina Mura, presidente della commissione Lavoro della Camera, avvertì che l’inserimento in Costituzione non avrebbe risolto da solo tutti i problemi legati alla geografia.

Cosa è stato fatto

Il bilancio ufficiale delle misure concrete è scarno. Si può dividere in tre capitoli: il fondo nazionale, gli accordi finanziari Stato-Regione, gli strumenti settoriali.

Il primo atto attuativo fu la legge di bilancio per il 2023. Istituì un fondo per i collegamenti aerei da e per Sicilia e Sardegna, con 5 milioni nel 2023 e 15 milioni a decorrere dal 2024. Per due isole che contano poco meno di 7 milioni di abitanti si trattava di una cifra che molti giudicarono simbolica. La Regione impugnò la norma davanti alla Corte costituzionale. Sosteneva che quella somma non potesse essere impiegata in un’azione di sistema per compensare lo svantaggio, neppure per il solo trasporto aereo. La Consulta, con la sentenza n. 95 del 2024, ha respinto le censure: una è stata dichiarata inammissibile per carente motivazione, l’altra non fondata. Il messaggio giuridico è importante. Il principio del sesto comma, da solo, non basta a far dichiarare illegittima una dotazione ritenuta troppo bassa. Serve molto altro.

Il secondo capitolo è quello degli accordi finanziari. Già nel 2019 Stato e Regione avevano previsto un tavolo tecnico-politico per quantificare i costi permanenti dell’insularità. Con l’accordo del 14 dicembre 2021, recepito dalla legge di bilancio 2022, alla Regione furono attribuiti 100 milioni annui a decorrere dal 2022 a titolo di concorso alla compensazione degli svantaggi strutturali. Erano però solo un acconto, in attesa dei risultati di quel tavolo. Ed è qui il punto più delicato. Secondo la nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza regionale approvata a gennaio 2026, il tavolo si è insediato solo a febbraio 2022, non è stato più riconvocato dal Governo dopo la riunione del 15 marzo di quell’anno e la Regione ha agito in giudizio davanti al tribunale civile di Cagliari contro il Mef, sia pure su un contenzioso più ampio, quello sulle entrate.

Quel contenzioso si è chiuso a dicembre 2025. L’accordo firmato il 5 dicembre riconosce alla Regione 1 miliardo e 390 milioni in quattro anni. Per l’insularità prevede 100 milioni annui aggiuntivi per il 2026 e il 2027, destinati a compensare extracosti di parte corrente. La legge di bilancio statale per il 2026 ha recepito l’intesa. Non è chiaro, però, cosa contenga questo capitolo in termini di nuova spesa: la stessa cifra di 100 milioni era già in vigore dal 2022. Gli atti prevedono anche scadenze procedurali. Il tavolo tecnico-politico andava riavviato entro il 30 aprile 2026, mentre i criteri a regime dal 2027 vanno definiti da un tavolo tecnico entro il 31 luglio 2026. Su cosa sia accaduto dopo quelle date non risultano, al momento, atti pubblici consultabili. È una delle domande che la Regione e il Governo dovrebbero chiarire.

Il terzo capitolo riguarda gli strumenti settoriali. La legge di bilancio 2023 ha istituito anche la commissione parlamentare per il contrasto degli svantaggi derivanti dall’insularità, organo di monitoraggio e proposta. Gli effetti concreti sono di dettaglio. Il Prezzario regionale dei lavori pubblici 2026, per esempio, ha incrementato i prezzi di alcuni nuovi prodotti con una quota di insularità stimata al 2,5%, legata ai maggiori costi di trasporto dal continente. È un riconoscimento tecnico, certo, ma lontano dal ribaltamento che il testo costituzionale lasciava sperare.

Il segnale politico più netto sul bilancio nazionale lo ha dato la stessa opposizione sarda e siciliana. Quando la manovra ha stanziato solo pochi spiccioli, Cossa ha definito insufficienti i 20 milioni in due anni e Azione ha parlato di 3 euro a cittadino, “cifra indecorosa”. Non è un caso isolato di critica. Ad aprile 2026 i Riformatori hanno presentato mozioni in Consiglio regionale, e altre iniziative: a gennaio un sit-in al porto di Porto Torres sulla continuità delle merci, oltre a lettere alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e alla presidente della Regione Todde perché l’attuazione del principio sia trattata come un obbligo di legge e non come un favore.

Quanto pesa lo svantaggio

Per capire se i 100 milioni siano molto o poco bisogna confrontarli con le stime. Gli studi sono diversi, e vanno citati con cautela perché partono da metodologie differenti. Il più noto è dell’Istituto Bruno Leoni, che ha quantificato in 5.700 euro pro capite all’anno la perdita di Pil della Sardegna. Cossa lo ha tradotto in circa 9 miliardi di euro l’anno, un terzo del Pil regionale. In un’audizione alla Camera, nell’ottobre 2023, parlò invece di circa un quarto del Pil, una vera e propria tassa sull’insularità. Un’altra valutazione, riferita ai due territori insulari, stima oltre 15 miliardi annui tra Sicilia (6) e Sardegna (9). Quest’ultima cifra, nel caso siciliano, è stata validata dalla commissione paritetica Stato-Regione.

Il confronto con l’estero è quello che pesa di più nel dibattito politico. Cossa ha ricordato in audizione che la Spagna spende 600 milioni di euro l’anno per le Baleari, mentre la Sardegna ne spende 45 con risorse proprie, non dello Stato. Su queste cifre, in ogni caso, serve una verifica indipendente prima di assumerle come parametro. Il fatto che i numeri siano contestabili è già un segnale: a dieci anni dalla battaglia, Stato e Regione non hanno ancora una misura condivisa dei costi permanenti, che è la premessa di ogni compensazione.

Dove i numeri sono più freschi è il trasporto delle merci. A marzo 2026 imprese, cooperative e rappresentanti istituzionali hanno scritto al ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini. Secondo il documento il costo medio di una traversata con semirimorchio è cresciuto di oltre il 60% in tre anni sulle rotte principali, e l’entrata a regime del sistema Ets nel 2026 potrebbe aggiungere tra il 20 e il 40%. Lo studio dell’Istituto Bruno Leoni presentato ad aprile a Cagliari dai Riformatori calcola un costo logistico superiore del 40% rispetto al trasporto stradale continentale e una perdita di competitività vicina al 30%. 

Un’altra sintesi parla di svantaggio complessivo del 34%, con costi di trasporto fino al +41%, e di circa 660 milioni l’anno per il sistema dei trasporti, stima Cirem citata dall’assessora regionale. A giugno Confindustria Sardegna e Confapi hanno chiesto alla Regione di intervenire, citando il caso della Sicilia che ha stanziato 30 milioni per aiutare le imprese sui maggiori costi di trasporto.

C’è poi l’energia. La Cisl denuncia che la limitata diffusione del metano e la forte dipendenza da elettricità, Gpl e carburanti rendono famiglie e imprese più esposte ai rincari. E c’è il ritardo infrastrutturale. Secondo i dati citati da Todde, la dotazione infrastrutturale sarda è di 50,5 punti su 100, contro 78,8 nel resto del Mezzogiorno, con un mercato interno di circa 1,58 milioni di residenti e 68 abitanti per chilometro quadrato. L’insularità, insomma, non è solo il mare in mezzo. È anche una dimensione interna che moltiplica i costi.

Perché il principio è rimasto sulla carta

Le ragioni sono più d’una e non tutte dipendono da Roma. Una prima è giuridica. Il sesto comma obbliga la Repubblica a promuovere misure, ma non fissa risorse né tempi. Una norma così può essere fatta valere in due modi: impugnando davanti alla Consulta leggi giudicate in contrasto, oppure negoziando risorse in sede politica. Il primo canale, come dimostra la sentenza 95/2024, ha limiti seri quando l’obiezione è la scarsa entità di uno stanziamento. Il secondo dipende dal rapporto di forza e dalla volontà del Governo di turno. Su questo punto la Regione stessa, nel documento di economia e finanza di gennaio 2026, ha scritto che per anni nessun passo avanti è stato compiuto per dare attuazione al principio.

Una seconda ragione è il metodo. Come ha osservato Todde, si è lavorato per interventi spot. Il fondo da 5 e poi 15 milioni per gli aerei, i 100 milioni del 2021, i 100 milioni del 2025 vengono negoziati all’interno di trattative sulle entrate, che hanno una logica contabile diversa da quella del principio costituzionale. Una compensazione degli extracosti, invece, richiederebbe una misura strutturale: un fondo permanente, come propongono ora anche associazioni di categoria. Una di queste, pochi giorni fa, ha chiesto un fondo nazionale permanente e strutturale per dare attuazione formale al principio.

Una terza ragione è europea. Cossa lo ha detto più volte: per compensare le imprese insulari bisogna superare la logica degli aiuti di Stato, perché alla Sardegna non si possono applicare le stesse regole della Baviera o della Pianura Padana, e gli aiuti vanno visti come compensazioni, non come sussidi. Qui il quadro è tecnico e frammentato. Il Trattato sul funzionamento dell’Unione prevede già un’attenzione per le regioni insulari, ma nei fatti le deroghe sono state concesse con il contagocce.

Una quarta ragione sta nel contesto normativo nazionale. Quando si discuteva l’autonomia differenziata, giuristi e politici sardi notarono che il disegno di legge Calderoli, pur richiamando gli altri commi dell’articolo 119, non richiamava il sesto comma. Un’altra lettura, di un’università sarda, ricordava che il testo conteneva un cenno al principio, senza declinarne compiutamente portata, implicazioni e adempimenti. Il rischio denunciato era che il principio fosse svuotato proprio nel momento in cui il federalismo rimodellava i rapporti tra Stato e Regioni.

Cosa c’è da fare

La proposta annunciata dai Riformatori è un organismo di vigilanza, da istituire presso la Presidenza del Consiglio regionale. Dovrebbe essere composto dalle figure più autorevoli dell’Isola in diritto costituzionale, economia e altre discipline. Dovrebbe monitorare leggi e atti dello Stato, segnalare le criticità ai parlamentari sardi e fornire alla Giunta gli elementi per eventuali ricorsi alla Corte costituzionale, a cominciare dalla prossima legge di bilancio. 

L’idea ha una logica evidente: la Sardegna interviene prima che le decisioni siano prese, con argomenti tecnici solidi, invece di reagire dopo. Va detto però che non è del tutto inedita. Nell’ottobre 2022, subito dopo l’approvazione della riforma, il Consiglio regionale discusse una risoluzione che chiedeva l’istituzione di un organismo tecnico per l’attuazione dell’articolo 119 e per la promozione delle misure necessarie a rimuovere gli svantaggi, con tra i compiti anche quello di favorire l’impugnazione delle leggi ritenute in violazione del principio. Il punto, quindi, non è se serva un presidio tecnico. È capire perché quello previsto allora non abbia dato risultati e cosa dovrebbe cambiare, in poteri, risorse e rapporto con la Giunta, perché stavolta sia diverso.

Le questioni aperte

Le questioni aperte sono almeno cinque. La prima è la quantificazione: senza un numero condiviso dei costi permanenti, ogni trattativa parte da zero. Il tavolo tecnico-politico del 2019 andrebbe fatto funzionare, con scadenze verificabili e atti pubblici. La seconda è il passaggio da trasferimenti episodici a una misura strutturale, nazionale e permanente, anziché una voce negoziata ogni anno dentro la vertenza entrate. La terza è la continuità delle merci, il fronte dove lo svantaggio è oggi più misurabile e dove la Sicilia, con i suoi 30 milioni, ha già mosso un passo. La quarta è l’energia, con i ritardi sul metano e il peso che il sistema Ets rischia di avere su carburanti e trasporti in un’isola. La quinta è europea: portare a Bruxelles una posizione unitaria, insieme alle altre isole, per rendere compatibili le compensazioni con le regole sugli aiuti.

C’è infine una questione di responsabilità che il comunicato dei Riformatori, giustamente, evoca: la Regione. Il principio costituzionale non esonera la Sardegna dal chiedersi come spende le risorse e quali strumenti propri usa. Se la Spagna spende per le Baleari multipli di quanto spende la Sardegna, la distanza non è solo tra Roma e Cagliari. Una vigilanza efficace dovrà valere in entrambe le direzioni.

Il test, adesso, è la manovra

Il banco di prova è vicino. La legge di bilancio nazionale è alle porte, i 100 milioni aggiuntivi coprono solo il biennio 2026-2027 e i criteri a regime dovrebbero essere pronti per il 2027. Dieci anni fa l’isola si unì attorno a una parola scritta nella Costituzione. Oggi l’unità, come dice il comunicato dei Riformatori, serve a un’altra cosa: a far pagare allo Stato quella parola. Il principio, in fondo, ce lo siamo conquistato insieme. Tocca dimostrare che insieme sappiamo anche farlo valere.


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