A leggere l’articolo 73 del disegno di legge di Bilancio 2027-2029 la Conflavoro Pmi Sanità, associazione di rappresentanza delle imprese del medtech italiano, ha avuto un sussulto. Poi giù con le critiche. A detta della confederazione, la disposizione normativa conferma il controverso meccanismo del payback sui dispositivi medici, programmando il recupero finanziario degli sforamenti di spesa per il quinquennio 2019-2023 con una dilazione programmata fino al 2031, senza tuttavia introdurre specifiche franchigie o esenzioni destinate a tutelare le micro e piccole imprese del settore.
L’impatto della misura suscita forte allarme tra i fornitori del Servizio Sanitario Nazionale: «Il Governo mette in calendario il dissanguamento delle imprese che forniscono il Servizio sanitario nazionale. Si continua a chiedere denaro per forniture già effettuate, trasferendo sui fornitori una parte degli oneri derivanti dagli sforamenti della spesa pubblica. È un meccanismo economicamente insostenibile e profondamente ingiusto. Le Pmi non possono diventare il bancomat delle Regioni», dichiara con fermezza Gennaro Broya de Lucia, presidente di Conflavoro Pmi Sanità.
L’impatto finanziario della manovra sul payback
La proposta normativa prevede un intervento finanziario statale pari a 350 milioni di euro annui dal 2028 al 2031, per un ammontare complessivo di 1,4 miliardi di euro, destinato a concorrere alla copertura degli oneri richiesti alle aziende fornitrici.
Per quanto riguarda l’annualità 2019, il pagamento delle somme dovute è fissato entro la scadenza del 30 luglio 2027. Per tale esercizio, tuttavia, il testo del provvedimento non richiama l’applicazione della detrazione del contributo statale contemplata invece per gli anni successivi. Inoltre, l’entrata in vigore del nuovo tetto di spesa fissato al 4,7% decorrerebbe soltanto a partire dal 2027, senza che sia prevista un’esplicita estensione della norma al periodo pregresso.
Le misure correttive introdotte nel disegno di legge non appaiono sufficienti ad attenuare le preoccupazioni della filiera industriale. «Il contributo statale non cancella il problema, né elimina la pretesa economica nei confronti delle imprese. E per le Pmi non è prevista neppure un’esenzione. Dopo anni di incertezza, si prospetta ai fornitori un ulteriore calendario di esborsi, senza alcuna tutela per le realtà imprenditoriali più piccole», evidenzia Broya de Lucia.
L’associazione sollecita modifiche sostanziose al testo: «Chiediamo al Parlamento di intervenire per cancellare il payback anche sulle annualità pregresse e introdurre l’esenzione per le micro e piccole imprese. La sanità pubblica deve pagare ciò che acquista: non può ordinare dispositivi medici, utilizzarli negli ospedali e successivamente trasferire sui fornitori il costo degli sforamenti di bilancio», conclude il presidente di Conflavoro Pmi Sanità.
Lo stato di salute dell’industria dei dispositivi medici
Secondo le analisi elaborate dal Centro studi Confindustria Dispositivi Medici con riferimento all’anno 2024, l’industria dei dispositivi medici genera un mercato complessivo dal valore di circa 18,5 miliardi di euro, quota che comprende sia il canale dell’export sia il mercato interno. A sostenere la filiera è un tessuto industriale composto da 4.618 aziende, capaci di dare lavoro a 133.627 dipendenti. Si tratta di una realtà economica eterogenea e altamente specializzata, dove convivono grandi gruppi industriali e piccole e medie imprese, con una netta prevalenza di queste ultime: le Pmi rappresentano, infatti, circa il 94% del totale delle realtà produttive. Sul piano operativo, il settore si articola in 2.743 imprese di produzione, affiancate da 1.499 società di distribuzione e da 376 aziende erogatrici di servizi.
Nel contesto macroeconomico nazionale, la spesa sanitaria totale ammonta a 185 miliardi di euro, sostenuta per il 74,2% dalla componente pubblica. In questo scenario, la spesa pubblica destinata all’acquisto di dispositivi medici e relativi servizi si attesta a 10 miliardi di euro, quota che incide per il 7,3% sull’intera spesa sanitaria pubblica. A livello territoriale, la spesa pubblica pro capite in dispositivi medici riscontra una media di circa 137 euro.
I settori produttivi e l’innovazione tecnologica
Sotto il profilo merceologico e funzionale, l’industria italiana dei dispositivi medici è articolata in tredici distinti comparti produttivi e di servizio. Il pilastro trainante del settore è rappresentato dal biomedicale, segmento principale che da solo raccoglie il 29,2% del totale delle imprese grazie a 1.350 aziende. A seguire si posiziona il biomedicale strumentale con 629 imprese. Una rilevanza significativa è ricoperta anche dai dispositivi a base di sostanze, comparto che assomma 507 imprese.
Nella fascia intermedia di presenza sul mercato si collocano il segmento degli ausili, che conta 341 unità affiancato da vicino da quello degli elettromedicali e servizi integrati con 334 imprese. Subito dopo si trovano la diagnostica in vitro, che si attesta al 7,0% delle realtà settoriali con 323 imprese, e il comparto dell’home & digital care grazie a 240 unità.
Proseguendo verso le specializzazioni più mirate, la mappa industriale annovera il comparto dentale con il 4,4% delle imprese totali (204 aziende), le Attrezzature tecniche (307 aziende), e l’ottica (194 aziende). Il segmento dedicato esclusivamente ai servizi assomma il 3,3% delle realtà rilevate con 139 imprese. A chiudere il quadro produttivo sono due segmenti ad elevata nicchia di specializzazione: la medicina estetica, che rappresenta lo 0,7% del mercato con 34 imprese, e le protesi acustiche, che costituiscono lo 0,3% del comparto con 16 imprese.
Sul fronte dell’innovazione tecnologica nel corso del 2024, le aziende del settore hanno investito una cifra complessiva pari a circa 1,1 miliardi di euro in ricerca e sviluppo. Un contributo essenziale a questo dinamismo giunge dal bacino delle 303 tra start-up e Pmi innovative, realtà caratterizzate da una spinta tecnologica avanzata, personale altamente qualificato e rilevanti investimenti in R&S. Sotto l’aspetto geografico, l’area Nord si conferma la più rappresentativa per concentrazione aziendale e fatturato, ospitando circa l’80% delle grandi aziende del settore. Il Centro concentra la presenza industriale tra Lazio e Toscana, dove convivono realtà di grandi e piccole dimensioni. L’area Sud e Isole, invece, pur evidenziando una minore densità di grandi gruppi industriali, si distingue per la presenza di una solida rete di start-up innovative.
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