Appuntamento dal 9 al 20 novembre 2026 ad Antalya per la trentunesima Conferenza delle parti sul clima (COP31), ospitata e presieduta dalla Turchia, con l’Australia a capo dei negoziati. Dopo i risultati deludenti di Belém, per i membri dell’UNFCCC la sfida è riuscire a tradurre gli obiettivi in piani credibili, nonostante il contesto geopolitico polarizzato e il disimpegno degli Stati Uniti.
Si avvicina la COP31, la trentunesima Conferenza delle parti sul clima, che dal 9 al 20 novembre 2026 riunirà ad Antalya, in Turchia, governi e delegazioni da tutto il mondo per negoziare la risposta al cambiamento climatico e l’attuazione dell’Accordo di Parigi. Dopo l’edizione del 2025 in Brasile e prima della COP32 che nel 2027 sarà ospitata dall’Etiopia, la conferenza arriva con un assetto insolito: la Turchia ospita e presiede, mentre l’Australia guida i negoziati. Il compito è riprendere i dossier rimasti irrisolti in Amazzonia, dove le attese si erano scontrate soprattutto con le divisioni sull’abbandono dei combustibili fossili.
Ad Antalya queste distanze restano, aggravate dal disimpegno degli Stati Uniti e dalle tensioni geopolitiche, mentre gli effetti del riscaldamento globale rendono più urgente intervenire. Più che un nuovo grande accordo, ad Antalya ci si aspetta di capire come i governi intendano rispettare gli impegni già presi, dall’abbandono dei combustibili fossili ai finanziamenti per i Paesi più vulnerabili. Il coinvolgimento dell’Australia e degli Stati insulari del Pacifico darà inoltre particolare rilievo alla protezione degli oceani. Sul piano diplomatico, l’Unione europea dovrà fare i conti con le proprie divisioni interne e con una Cina che domina le filiere industriali della transizione energetica.
Come funzionano le Conferenze delle parti sul clima
Le COP, acronimo inglese di “Conferenze delle parti”, sono le riunioni annuali dei Paesi che aderiscono alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (UNFCCC). Adottata nel 1992 ed entrata in vigore nel 1994, la Convenzione è il trattato internazionale che pone le basi della cooperazione per contrastare il riscaldamento globale. Ne fanno parte 197 Stati e l’Unione europea, per un totale di 198 parti.
La COP è il suo massimo organo decisionale, che verifica i progressi compiuti e negozia le decisioni necessarie ad attuare gli impegni. Le decisioni vengono generalmente adottate per consenso: ciò significa che non c’è una votazione a maggioranza ma, al contrario, il testo passa quando nessuna parte si oppone formalmente alla sua adozione. Un risultato tutt’altro che banale, che impone di trovare una posizione di compromesso tra Paesi estremamente diversi tra loro per orientamento politico, risorse economiche e contributo (attuale e storico) al riscaldamento globale.
I principali risultati raggiunti finora dalle COP
Un sistema che richiede di trovare un’intesa tra quasi duecento parti può sembrare lento, perfino macchinoso. A rendere meno visibili i progressi contribuisce il fatto che una parte del lavoro diplomatico avviene dietro le quinte. Questo, però, non significa che le COP siano inutili. Il risultato storicamente più importante resta l’Accordo di Parigi sul clima, adottato nel 2015 alla COP21, che impegna i Paesi a mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 °C rispetto ai livelli preindustriali, proseguendo gli sforzi per limitarlo a 1,5 °C. Sempre l’Accordo di Parigi impone ai Paesi di presentare ogni cinque anni i loro piani nazionali (nationally determined contributions, NDC). Prevede inoltre di redigere ogni cinque anni un bilancio dei progressi collettivi, chiamato Global Stocktake.
Ai negoziati si devono anche il fondo per le perdite e i danni, istituito alla COP27 per sostenere i Paesi in via di sviluppo particolarmente vulnerabili agli impatti del cambiamento climatico, e gli accordi sulla finanza climatica, tra cui l’obiettivo fissato alla COP29 di almeno 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035 per i Paesi in via di sviluppo. Alla COP28 di Dubai è arrivato inoltre il primo riferimento esplicito alla transizione verso l’abbandono dei combustibili fossili nei sistemi energetici, il cosiddetto transitioning away. Un passaggio importante, che tuttavia la COP30 di Belém non è riuscita a formalizzare in una tabella di marcia; la presidenza brasiliana ha dovuto avviare un percorso separato, al di fuori dai negoziati.
Cosa resta da fare dopo la COP30 di Belém
La precedente conferenza, la COP30 di Belém del novembre 2025, si era aperta con grandi ambizioni, rafforzate dalla scelta simbolica di riunire i governi proprio in Amazzonia, a dieci anni dall’Accordo di Parigi. I risultati sono stati però ben più modesti rispetto alle aspettative. Lo scontro sui combustibili fossili è stato tale che, nelle ultime ore dei lavori, l’Unione europea aveva paventato anche uno “scenario di mancato accordo”. Il compromesso finale ha salvato il negoziato, ma senza concordare una tabella di marcia per l’abbandono delle fonti fossili né per fermare la deforestazione. Sono arrivati progressi sulla giusta transizione e sui finanziamenti per l’adattamento, ma la distanza tra gli obiettivi dichiarati e gli strumenti per raggiungerli resta palese.
A minare alla base la credibilità della conferenza è stata anche l’assenza di una delegazione federale statunitense. Una decisione pienamente coerente con la linea del presidente Donald Trump che, già all’inizio dell’anno, aveva disposto nuovamente il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi. A gennaio 2026 il presidente avrebbe fatto lo stesso anche con l’UNFCCC. Una scelta che mette in discussione la tenuta stessa della cooperazione climatica: a sottrarsi al confronto è la prima economia mondiale, nonché il Paese con il maggiore contributo storico alle emissioni cumulative di CO2 da combustibili fossili.
Il calendario della COP31 di Antalya
Come ogni anno, anche alla COP31 di Antalya le delegazioni dei Paesi discuteranno i testi delle decisioni attraverso sessioni negoziali formali e consultazioni informali, utili a cercare compromessi sui punti più controversi. Le decisioni vengono poi adottate nelle sedute plenarie, generalmente per consenso. Parallelamente ai negoziati, il programma prevede giornate tematiche:
- 9 novembre: alimentazione, agricoltura e salute;
- 10 novembre: energia e trasporti;
- 11 novembre: rifiuti zero e prima giornata del vertice dei leader;
- 12 novembre: città resilienti e ambiente costruito e seconda giornata del vertice dei leader;
- 13 novembre: finanza e commercio;
- 14 novembre: bambini, giovani, istruzione e competenze;
- 15 novembre: pausa dei lavori, con programma di attività sociali e culturali al di fuori del centro congressi;
- 16 novembre: scienza, industria e tecnologia;
- 17 novembre: oceani, mari, natura e uso del suolo, con un focus sulle sinergie tra le convenzioni di Rio su clima, biodiversità e desertificazione;
- 18 novembre: sviluppo umano e sociale e parità di genere;
- 19 novembre: rafforzamento dell’attuazione degli impegni, attraverso capacità tecniche, progetti finanziabili e accesso ai finanziamenti;
- 20 novembre: negoziati finali e chiusura della conferenza.
La presidenza della COP31, tra Turchia e Australia
La COP31 nasce da un compromesso tra Turchia e Australia, che a lungo si sono contese la possibilità di ospitare e presiedere la conferenza. L’accordo raggiunto il 21 novembre 2025, durante la COP30 di Belém, assegna alla Turchia la sede e la presidenza ufficiale, delegando all’Australia la guida dei negoziati. “Non si tratta di presidenza paritaria”, sottolinea a Greenreport Luigi Troiani, docente all’Università Pontificia di San Tommaso d’Aquino di Roma, mettendo in evidenza le opportunità di carattere diplomatico: l’Australia può contribuire al dialogo tra Paesi sviluppati e in via di sviluppo e dare spazio ai piccoli Stati insulari del Pacifico, mentre la Turchia può facilitare il confronto con i Paesi a maggioranza musulmana.
Il presidente designato della COP31 è Murat Kurum, ministro turco dell’Ambiente, dell’Urbanizzazione e del Cambiamento climatico. Alla Turchia spettano l’organizzazione della conferenza e del vertice dei leader, oltre alla responsabilità della Action Agenda, che coinvolge imprese, città e altri attori nell’attuazione degli impegni climatici. La leadership politica è attribuita al presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, il cui governo ha assunto caratteri sempre più autoritari, mentre alla moglie Emine Erdoğan viene riconosciuto un ruolo di “leadership morale e sociale”.
Il presidente dei negoziati è Chris Bowen, ministro australiano per il Cambiamento climatico e l’Energia. L’accordo gli attribuisce l’autorità esclusiva sulla conduzione negoziale, comprese le consultazioni tra le delegazioni e la preparazione delle bozze dei testi, in stretto coordinamento con la presidenza turca. L’Australia ha inoltre curato, insieme ai Paesi insulari del Pacifico, l’agenda, la presidenza e l’organizzazione della Pre-COP, ospitata dalle Fiji dal 5 all’8 ottobre, con un incontro dei leader a Tuvalu.
Quali saranno i temi della COP31 di Antalya
Il disimpegno statunitense si riconferma anche alla COP31. E a complicare ulteriormente il dibattito è un clima di tensioni geopolitiche e commerciali che si protrae ormai da anni e non vede segni di distensione. A queste difficoltà politiche si aggiunge un cambiamento climatico già evidente, che rende sempre più difficile rispettare gli obiettivi di Parigi: un superamento temporaneo della soglia di 1,5 °C appare ormai quasi inevitabile, anche se la sua entità e durata dipenderanno dalle scelte sulle emissioni. Secondo gli esperti del World Resources Institute (WRI), la conferenza di Antalya sarà quindi soprattutto una prova della capacità dei governi di tradurre gli impegni esistenti in politiche, finanziamenti e progetti. “Guarderò meno ai grandi risultati negoziali e più ai segnali di azioni tangibili sul campo”, spiega il presidente e amministratore delegato del WRI Ani Dasgupta.
Transizione energetica
La prima area è la transizione energetica. La presidenza turca propone di portare al 35% entro il 2035 la quota dei consumi finali di energia soddisfatta dall’elettricità. Per raggiungere questo obiettivo servono investimenti nella produzione di energia pulita, nelle reti e negli accumuli, insieme all’elettrificazione dei trasporti, del riscaldamento e dei processi industriali. Uno degli ostacoli principali è il costo del capitale: nei Paesi a basso e medio reddito, interessi elevati e difficoltà di accesso al credito frenano gli investimenti anche quando le tecnologie sono competitive. La COP31 sarà quindi un’occasione per discutere come migliorare le condizioni di finanziamento e sostenere una transizione che riduca la dipendenza dai combustibili fossili. Tutto questo, con percorsi diversi a seconda dei Paesi: quelli che dipendono dall’estrazione e dall’esportazione di petrolio, gas e carbone avranno bisogno anche di tempo, risorse e sostegno per diversificare le proprie economie e tutelare l’occupazione.
Adattamento, resilienza e finanza climatica
La seconda area riguarda adattamento, resilienza e finanza climatica. Alla COP29 di Baku, le economie avanzate si sono impegnate a mobilitare almeno 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035 per sostenere l’azione climatica nei Paesi in via di sviluppo. Alla COP30 di Belém è arrivato anche l’impegno a triplicare i finanziamenti per l’adattamento entro il 2035. Ora i Paesi destinatari chiedono di capire come saranno rispettate queste promesse: il calo degli aiuti internazionali e i contrasti su chi debba contribuire, e quanto, fanno temere che le risorse non arrivino.
Anche la forma in cui verranno erogati ha un peso. Un prestito a condizioni di mercato, che prevede quindi il pagamento di interessi, va ad appesantire un debito che i Paesi vulnerabili già faticano a sostenere. Anche nel caso dei contributi a fondo perduto e dei prestiti agevolati, le procedure per predisporre i progetti richiedono strutture e competenze che non tutti i Paesi hanno a disposizione. Alla Pre-COP di ottobre si è parlato proprio di ridurre la burocrazia dei fondi per il clima e delle banche di sviluppo.
Alla COP31 di Antalya si dovrà inoltre proseguire il lavoro sui criteri con cui misurare i risultati dell’adattamento, per aiutare banche, assicurazioni e investitori a riconoscere gli interventi che riducono realmente il rischio. Le presidenze della COP29 e della COP30 dovranno poi precisare come dare seguito alla tabella di marcia Baku-Belém per mobilitare 1.300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035, accompagnandola con un sistema di monitoraggio. Per raggiungere questa cifra serviranno inevitabilmente i capitali privati.
Oceani
Il coinvolgimento dell’Australia e dei Paesi insulari del Pacifico fa sì che alla COP31 gli oceani abbiano uno spazio di rilievo. Per gli Stati del Pacifico, d’altra parte, proteggere le coste dall’innalzamento del mare è una questione di sopravvivenza immediata. Il WRI riferisce che il 92% dei Paesi costieri e insulari esaminati include misure legate agli oceani nei propri piani per il clima. Solo il 12% delle azioni, però, riguarda gli interventi con il maggiore potenziale di riduzione delle emissioni, come le rinnovabili offshore e il progressivo abbandono dell’estrazione di petrolio e gas in mare. Per realizzarli servono finanziamenti, ma anche dati sugli ecosistemi, competenze tecniche e regole per le attività marine. Secondo il WRI, la COP31 di Antalya è l’occasione giusta affinché i governi trovino un accordo su quali interventi sostenere, con quali risorse e in quali tempi, impegnandosi a riferire sui risultati. Per i piccoli Stati insulari questo significa anche poter ottenere i fondi e l’assistenza necessari a realizzare le misure che hanno già programmato.
Quale ruolo può avere l’Unione europea alla COP31
Con gli Stati Uniti che si sfilano, è l’Unione europea a tenere le redini della diplomazia climatica? Per rispondere bisogna innanzitutto capire come si presenta al negoziato. L’UE e i suoi 27 Stati membri sono parti distinte dell’UNFCCC, ma negoziano sulla base di una posizione comune, concordata dai ministri dell’Ambiente nel Consiglio dell’UE. A rappresentarla sono la Commissione europea e la presidenza di turno del Consiglio. La finanza climatica segue invece un percorso separato, perché gli impegni economici vengono discussi dai ministri delle Finanze nell’ECOFIN. Quest’anno i due documenti sono stati approvati rispettivamente il 12 e il 9 ottobre.
Nelle conclusioni sulla COP31, l’UE chiede di dare seguito agli impegni di Parigi e Dubai: attuare i piani climatici nazionali, accelerare la transizione verso l’abbandono dei combustibili fossili, triplicare la capacità rinnovabile e raddoppiare il ritmo di miglioramento dell’efficienza energetica entro il 2030. La transizione viene presentata anche come una risposta all’instabilità dei prezzi e alla dipendenza dalle importazioni energetiche. Sulla finanza, le conclusioni dell’ECOFIN confermano gli obiettivi concordati a Baku e l’impegno a triplicare i finanziamenti per l’adattamento entro il 2035, chiedendo anche un contributo a tutti i Paesi che hanno la capacità economica di offrirlo.
Avere una posizione comune, però, non significa aver risolto le divergenze interne. Nella sua analisi, il think tank ECCO sottolinea come queste divisioni abbiano indebolito alcuni passaggi del mandato. Sull’elettrificazione, per esempio, il testo finale evita di sostenere esplicitamente l’obiettivo della presidenza turca del 35% entro il 2035 e si limita ad attendere la discussione delle sue iniziative. Sulla finanza, invece, non ci sono nuovi impegni economici europei, né un’indicazione della quota con cui l’UE contribuirà all’aumento dei fondi per l’adattamento.
Le ambizioni della Cina alla Cop31 di Antalya
Il ritiro statunitense, dunque, non assegna automaticamente la leadership all’Europa. Tanto più perché al tavolo c’è anche la Cina, che nei negoziati climatici continua a collocarsi tra i Paesi in via di sviluppo e si coordina con loro nel G77+Cina. Una posizione che le permette di rivendicare le responsabilità storiche dei Paesi industrializzati e il loro obbligo di finanziare la transizione, pur essendo oggi il maggiore emettitore mondiale in termini assoluti, con oltre un terzo delle emissioni globali di CO2.
Il suo peso, però, dipende anche dal controllo delle tecnologie necessarie a ridurre le emissioni. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, in Cina si concentra circa l’85% della capacità produttiva della filiera solare e l’80% di quella delle batterie agli ioni di litio. Nel 2024 il Paese rappresentava il 91% della produzione raffinata mondiale di terre rare usate nei magneti. In sintesi, Pechino domina intere filiere da cui dipende la transizione energetica anche degli altri Paesi.
Questa forza industriale si accompagna a una rapida trasformazione del sistema energetico interno. Nonostante la forte dipendenza dal carbone, nel 2025 la produzione solare in Cina è cresciuta del 43% e quella eolica del 14%, contribuendo alla stabilizzazione delle emissioni cinesi, con segnali di lieve calo. Il nuovo piano energetico punta inoltre a produrre da fonti non fossili metà dell’elettricità entro il 2030, includendo anche il nucleare.
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