Il 93% dei forfettari vicini al tetto rinuncia a nuovi lavori o rinvia fatture e consegne per non passare al regime ordinario. Il 55% sposta gli incassi all’anno successivo, il 39% si ferma. La proposta del governo
La corsa è a fermarsi prima di tagliare il traguardo. Per le partite Iva in regime forfettario, avvicinarsi agli 85 mila euro di fatturato può trasformarsi in un incentivo a rallentare, rinviare nuovi incarichi e, in alcuni casi, spostare ricavi all’anno successivo. Per questo il governo pensa di innalzare la soglia a 100mila euro per il regime forfettario con l’obbligo però di versare l’Iva per la quota eccedente. Attualmente ci troviamo di fronte al rischio che un sistema fiscale pensato per semplificare la vita ai lavoratori autonomi finisca per disincentivare la crescita e alimentare comportamenti opachi, fino all’eventuale ricorso a compensi non dichiarati. Secondo un’indagine di Fiscozen, società che offre servizi per la gestione fiscale delle partite Iva, il 93% dei professionisti vicini alla soglia degli 85 mila euro dichiara di adottare comportamenti difensivi per evitare il passaggio al regime ordinario. Più della metà, il 55%, sceglie di continuare a lavorare rinviando consegne e pagamenti all’anno successivo, mentre il 39% ferma sostanzialmente l’attività, andando in ferie o dedicandosi ad altro. Soltanto il 7% accetta la possibilità di superare il limite e affrontare il cambio di regime.
La distorsione
Il dato non dimostra che aumenti il lavoro nero, né quantifica eventuali ricavi sottratti al fisco. Indica però una distorsione: quando avvicinarsi a una soglia fiscale può ridurre la convenienza economica di un nuovo incarico, il professionista è spinto a rinunciare a opportunità di lavoro o a rinviarne gli effetti contabili. La ricerca non chiarisce quanti di questi comportamenti si traducano in evasione, ma fotografa un sistema nel quale la crescita del fatturato viene percepita da molti come un rischio anziché come un obiettivo. La ragione principale è economica. Nel 92% dei casi, la decisione di fermarsi risponde alla necessità di proteggere il guadagno netto: chi ha pochi costi da dedurre teme che il passaggio al regime ordinario comporti un aumento del carico fiscale e degli adempimenti non compensato da maggiori entrate. Il risultato è che una parte dei lavoratori autonomi preferisce rinunciare a nuovi clienti o posticipare l’attività pur di non oltrepassare il tetto.
L’ansia da soglia
L’effetto riguarda, secondo le stime di Fiscozen, circa 140 mila professionisti, pari al 6,9% dei contribuenti in regime forfettario. Per quasi sette su dieci, il 68%, avvicinarsi al limite genera ansia o frustrazione: da una parte la possibilità di aumentare il giro d’affari, dall’altra il timore che il maggior fatturato non si traduca in un guadagno netto superiore. Il restante 32% prova invece soddisfazione o serenità per la possibilità di gestire autonomamente tempi e risorse. Il paradosso è che il regime agevolato, nel suo complesso, viene promosso dagli intervistati: il 97% dichiara di apprezzarne la semplicità e la chiarezza delle regole. È quando ci si avvicina agli 85mila euro che il meccanismo cambia segno. Le preoccupazioni riguardano l’aumento delle imposte, la maggiore complessità burocratica e la mancanza di costi deducibili sufficienti a rendere conveniente il passaggio al regime ordinario. Una quota del 6% teme inoltre di dover aumentare i prezzi ai clienti privati per compensare l’eventuale applicazione dell’Iva, con il rischio di perderli.
Il nodo della crescita
Il tema si intreccia con il dibattito politico sul possibile innalzamento del limite da 85 mila a 100 mila euro. Per l’85% degli intervistati, secondo la rilevazione, un tetto più alto rappresenterebbe uno strumento per lavorare e crescere con maggiore tranquillità. Il 49% dichiara che potrebbe operare con prospettive più ampie, il 22% avvierebbe lavori finora accantonati per paura di superare il limite e il 13% avrebbe più margine per investire in strumenti e collaboratori o pianificare il proprio futuro professionale. La proposta si inserisce in una discussione più ampia sull’efficacia del forfettario e sulle possibili distorsioni della flat tax per gli autonomi. Alcuni esponenti politici ed economisti sostengono che il regime agevolato possa incentivare l’evasione o favorire trattamenti fiscali disomogenei rispetto al lavoro dipendente. Gli intervistati da Fiscozen respingono questa lettura e considerano il forfettario soprattutto uno strumento per lavorare in regola e far emergere attività che altrimenti potrebbero restare sommerse. Si tratta, tuttavia, della percezione dei professionisti coinvolti nell’indagine, non di una dimostrazione dell’effetto del regime sull’evasione.
Il dibattito pubblico
«Nel dibattito sulla flat tax si sono espresse molte voci, ma finora è mancata quella di chi vive ogni giorno il regime forfettario: le partite Iva», commenta Enrico Mattiazzi, amministratore delegato di Fiscozen. «Dalla nostra indagine emerge quanto questo regime sia importante per chi lavora in proprio, soprattutto in un sistema che non prevede le stesse tutele dei dipendenti, dalla malattia alle ferie. Ma emerge anche un problema concreto: il passaggio al regime ordinario oggi può richiedere un aumento importante del fatturato per mantenere lo stesso guadagno netto precedente, penalizzando chi non ha alti costi da dedurre». Secondo Mattiazzi, questa rigidità può spingere a rinviare nuove opportunità o persino a valutare il trasferimento all’estero. «La buona notizia è che proprio in questo momento il Governo sta valutando di innalzare la soglia, ma è importante che questo passaggio venga fatto preservando la semplicità del forfettario, soprattutto sul tema dell’Iva».
La questione dell’Iva
L’eventuale aumento del tetto a 100 mila euro deve fare i conti con la normativa europea, che disciplina il regime di franchigia Iva per le piccole imprese. Tra le ipotesi in discussione c’è quella formulata dal governo nella manovra di Bilancio di mantenere la tassazione agevolata del forfettario fino a 100 mila euro, prevedendo però l’applicazione dell’Iva oltre gli 85 mila. Le modalità operative di un eventuale intervento restano da definire. Il problema è che l’Iva non ha lo stesso impatto su tutti. Chi lavora prevalentemente con aziende e altri titolari di partita Iva, che generalmente possono detrarre l’imposta, potrebbe assorbirne meglio gli effetti. Per chi si rivolge ai consumatori finali, invece, l’Iva rischia di tradursi in un aumento dei prezzi oppure in una riduzione del margine, se il professionista decide di non trasferire l’intero costo sul cliente. A questo si aggiungono gli adempimenti: registrazioni, liquidazioni periodiche, versamenti e dichiarazione annuale. Nel regime ordinario, inoltre, l’Iva è generalmente dovuta secondo le regole ordinarie anche quando il cliente non ha ancora pagato la fattura, salvo specifiche eccezioni. Un problema di liquidità per chi deve anticipare somme non ancora incassate.
Le proposte di Fiscozen
Fiscozen propone quindi due interventi: automatizzare il calcolo dell’Iva sulla base dei dati delle fatture elettroniche e degli incassi, riducendo il peso amministrativo, e consentire di versare l’imposta soltanto dopo aver ricevuto il pagamento dal cliente, sulla base di un meccanismo simile a quello dell’Iva per cassa. L’obiettivo è evitare che il superamento degli 85 mila euro si trasformi in una penalizzazione per chi aumenta il proprio giro d’affari. Perché il punto, al di là della discussione sull’aliquota e sulla platea dei beneficiari, è il segnale che il sistema fiscale trasmette ai contribuenti: se crescere significa rischiare di lavorare di più per guadagnare meno, fermarsi prima della soglia può diventare una scelta razionale. E, se i controlli e le regole non riescono a distinguere il semplice rinvio degli incarichi da eventuali ricavi non dichiarati, la distorsione rischia di avere anche conseguenze sul fronte della regolarità fiscale.
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