Garlasco, l’Estathè è davvero la pistola fumante?



«C’è l’Estathè?». Sono parole pronunciate sottovoce durante un sopralluogo del 16 aprile 2008, otto mesi dopo l’omicidio di Chiara Poggi. Nel filmato alcuni operatori entrano nella villetta di via Pascoli con tute integrali, guanti, sovrascarpe e una telecamera. Si dirigono verso la pattumiera, chiedono se il contenitore sia presente e, poco dopo, lo individuano.

Quel breve scambio ha riportato al centro uno dei reperti più discussi dell’intero caso Garlasco. Non perché consenta già di stabilire che cosa sia accaduto, ma perché apre una domanda precisa: per quale ragione gli operatori cercavano proprio quel brik di Estathè?

La questione assume un peso ancora maggiore perché il contenitore non venne repertato nell’immediatezza del delitto. Rimase nella casa per mesi e fu recuperato soltanto in una fase successiva, quando la villetta aveva già registrato diversi accessi e sopralluoghi.

È qui che il caso cambia prospettiva. Il punto non riguarda più soltanto il valore di un singolo oggetto, ma la possibilità di considerare davvero intatta la scena del crimine sulla quale si sono fondate analisi, perizie e ricostruzioni.

Il sussurro del 16 aprile e la ricerca già orientata

Il filmato portato all’attenzione pubblica dal giornalista investigativo Luigi Grimaldi mostra che l’Estathè non emerse casualmente durante un controllo generico dei rifiuti. Qualcuno ne chiese espressamente la presenza.

Restano da chiarire l’origine di quell’indicazione e il momento in cui il contenitore entrò per la prima volta nell’attenzione degli investigatori. Esisteva un verbale precedente? Qualcuno lo aveva visto durante i primi sopralluoghi? Era stato fotografato? Un ordine di servizio ne disponeva la ricerca? Sono interrogativi essenziali, perché consentirebbero di ricostruire la storia del reperto prima del suo recupero ufficiale.

Una fotografia completa e datata della pattumiera, scattata il 13 agosto 2007, potrebbe dimostrare che il brik si trovava già lì il giorno dell’omicidio. In assenza di una documentazione chiara, rimane invece una zona d’ombra che incide inevitabilmente sulla successiva valutazione dell’oggetto.

Una scena del crimine non resta intatta per otto mesi

La pattumiera di casa Poggi non venne repertata subito. Rimase all’interno della villetta fino al sopralluogo dell’aprile successivo e, secondo le ricostruzioni emerse negli anni, il contenuto si presentava in condizioni diverse rispetto a quelle documentate inizialmente.

Una scena del crimine conserva valore soltanto quando ogni accesso, ogni spostamento e ogni intervento risultano tracciabili. Nel caso di via Pascoli occorrerebbe ricostruire con precisione chi entrò nella casa, quando lo fece, quali ambienti visitò e quali oggetti vennero toccati o spostati.

La catena di custodia non comincia nel laboratorio. Comincia nel momento in cui un reperto viene individuato, fotografato, raccolto e sigillato. Se uno di questi passaggi manca o resta incerto, anche il risultato scientifico successivo deve essere interpretato tenendo conto della storia incompleta dell’oggetto.

Per questo l’Estathè rischia di diventare molto più di un dettaglio. Se non fosse possibile dimostrarne con certezza la presenza nella pattumiera fin dal 13 agosto 2007, verrebbe meno uno dei presupposti necessari per attribuirgli pieno valore probatorio.

Il codice del lotto e le differenze tra le confezioni

Le verifiche condotte da Luigi Grimaldi riguardano anche la grafica del contenitore e il codice di produzione impresso sulla confezione.

Il brik recuperato nella pattumiera presenterebbe caratteristiche differenti rispetto ad alcuni contenitori visibili nelle fotografie del frigorifero della famiglia Poggi. Mancherebbero elementi promozionali collegati al Giro d’Italia 2007, mentre il codice L171FA-32 sarebbe riconducibile a una produzione del 20 giugno dello stesso anno.

La differenza tra le confezioni non consente, da sola, di stabilire la provenienza del reperto. La famiglia poteva aver acquistato Estathè in momenti diversi, in negozi differenti o da lotti non coincidenti.

Proprio per questo servirebbe una verifica ufficiale presso il produttore. La data di produzione, lo stabilimento, la grafica utilizzata, il periodo di distribuzione e i punti vendita raggiunti da quel lotto potrebbero chiarire se il contenitore fosse compatibile con gli acquisti effettuati dalla famiglia Poggi nei giorni precedenti al delitto.

Il dato decisivo non consiste nella semplice differenza visiva tra due confezioni, ma nella possibilità di ricostruire in modo documentato il percorso commerciale del brik recuperato otto mesi dopo.

Il DNA di Stasi e la storia materiale del reperto

Sulla cannuccia del contenitore venne individuato il DNA di Alberto Stasi. L’elemento fu letto come la conferma che il giovane avesse consumato il prodotto nella villetta di Chiara. La presenza del profilo genetico, però, non indica il momento in cui Stasi entrò in contatto con l’oggetto. Frequentava abitualmente la casa e avrebbe potuto toccare o utilizzare contenitori analoghi in occasioni precedenti.

Resta inoltre da chiarire la natura della traccia biologica: saliva o semplice DNA da contatto. La distinzione incide sul significato dell’accertamento, soprattutto quando l’oggetto proviene da una scena rimasta aperta e non venne repertato nell’immediatezza.

Il dato scientifico non scompare, ma il suo peso dipende dalla certezza sulla provenienza del supporto analizzato. Se la storia del reperto presenta interruzioni o passaggi non documentati, il DNA non può essere interpretato come se gli investigatori avessero raccolto il contenitore poche ore dopo l’omicidio e lo avessero custodito senza soluzione di continuità.

Il lavoro di Luigi Grimaldi riapre un nodo irrisolto

Grimaldi non dispone dei poteri della magistratura né degli strumenti tecnici degli investigatori. Ha lavorato sui filmati, sulle fotografie, sui codici e sulle dichiarazioni raccolte negli anni, ricostruendo una sequenza che ora richiede accertamenti istituzionali.

Il suo lavoro non stabilisce chi abbia ucciso Chiara Poggi e non dimostra che qualcuno abbia introdotto il contenitore nella pattumiera. Riporta però alla luce una serie di incongruenze precise: il recupero tardivo, la ricerca mirata documentata dal filmato, la possibile differenza tra le confezioni e l’assenza di una catena di custodia immediata.

Sono elementi che non possono restare affidati soltanto al dibattito televisivo o alle ricostruzioni giornalistiche. Servono il filmato originale, i verbali del sopralluogo, gli ordini ricevuti dagli operatori, le fotografie complete della cucina e l’elenco di tutti gli accessi alla villetta. Serve soprattutto una risposta alla domanda iniziale: quel contenitore si trovava davvero nella pattumiera il giorno dell’omicidio?

Se l’Estathè non era lì, cambia l’intera indagine

La pistola fumante non consiste nella prova di una manipolazione già dimostrata. Consiste nella possibilità che un reperto utilizzato per rafforzare una ricostruzione processuale provenga da una scena del crimine non più integra.

Se le verifiche confermassero che il brik non può essere collocato con certezza nella pattumiera del 13 agosto 2007, ogni valutazione costruita su quell’oggetto dovrebbe essere riesaminata. E con essa andrebbe riletta la gestione della villetta nei mesi successivi al delitto.

Alberto Stasi resta l’unica persona condannata in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi. Ma la definitività della sentenza non elimina la necessità di verificare la correttezza con cui vennero raccolti e conservati i singoli reperti.

L’Estathè non indica oggi un nuovo colpevole. Indica una falla che potrebbe attraversare l’intera scena del crimine. Ed è proprio questo a rendere indispensabile una verifica completa. Perché, se quella scena non era più intatta, non cambia soltanto la storia di un piccolo contenitore di tè. Cambia il valore di tutto ciò che quella casa ha raccontato dopo il 13 agosto 2007.


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Redazione Cronaca

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