Gianni Infantino finisce nel mirino del Congresso americano e reagisce come ormai gli riesce meglio: affida tutto a Instagram, si dipinge come il paladino dell’unione universale e accusa i suoi critici di seminare odio. Ma questa volta il presidente della Fifa non deve fronteggiare soltanto editoriali ostili, tifosi furiosi o giornalisti che contestano la gestione del Mondiale. Dall’altra parte c’è Jamie Raskin, il democratico più alto in grado nella commissione Giustizia della Camera, che ha aperto un’indagine sui rapporti tra Infantino, Donald Trump e l’amministrazione americana, mettendo nero su bianco una parola che pesa come un macigno: «corruzione».
Raskin vuole vedere documenti, email, comunicazioni, registri degli accessi e ogni traccia relativa a regali, pagamenti o vantaggi concessi al presidente americano e ai suoi collaboratori. Il deputato chiede inoltre chiarimenti sugli uffici della Fifa nella Trump Tower e pretende che Infantino si presenti davanti al Congresso per un’audizione. La scadenza fissata è il 9 agosto. Entro quella data il numero uno del calcio mondiale dovrà consegnare il materiale richiesto e spiegare quelli che Raskin definisce «vantaggi inquietanti e inspiegabili concessi alla Fifa, apparentemente in cambio di favori a Trump».
Raskin punta al cuore del rapporto tra Infantino e Trump
Il bersaglio dell’indagine non riguarda soltanto la vicinanza personale tra Infantino e Trump, esibita in ogni occasione possibile, ma il possibile scambio di favori tra la Fifa e la Casa Bianca. Negli ultimi anni il presidente del calcio mondiale ha coltivato un rapporto privilegiato con il leader americano, accompagnandolo negli eventi pubblici, celebrandone il ruolo e trasformando ogni incontro istituzionale in una passerella politica. Una prossimità che molti osservatori hanno considerato imbarazzante e che ora entra direttamente nel fascicolo del Congresso.
Raskin vuole capire quali benefici concreti abbia ottenuto la Fifa grazie a quella relazione e che cosa, eventualmente, abbia restituito in cambio. L’attenzione si concentra su regali, pagamenti, concessioni, accessi riservati e rapporti con i collaboratori di Trump. Non si tratta ancora di una prova di illecito, ma di una richiesta formale che sposta la questione dal terreno del gossip politico a quello della trasparenza istituzionale.
Il riferimento agli uffici della Fifa nella Trump Tower aggiunge un elemento ancora più delicato. La commissione vuole conoscere chi sia entrato, con quale frequenza e per quali ragioni. Un dettaglio che può sembrare burocratico, ma che rischia di ricostruire una rete di rapporti finora rimasta fuori dai riflettori.
Infantino contrattacca: novecento parole contro i suoi nemici
Mentre il Congresso prepara le domande, Infantino sceglie la sua tribuna preferita. In un lunghissimo post pubblicato su Instagram e sul sito della Fifa, circa novecento parole, celebra il Mondiale come «il miglior spettacolo del mondo» e si scaglia contro chi, a suo giudizio, avrebbe provato a sporcarne l’immagine. Il tono non ha nulla del freddo comunicato istituzionale. Il presidente attacca apertamente giornalisti e commentatori, accusandoli di diffondere «odio e false voci», poi lancia la frase destinata a diventare il manifesto della sua autodifesa: «Mentre voi dividete, noi uniamo».
Infantino racconta un torneo capace di portare gioia, entusiasmo e fratellanza, ma evita accuratamente di soffermarsi sulle contestazioni che hanno accompagnato l’intera manifestazione. Presenta la Fifa come una grande macchina della felicità globale e trasforma ogni critica in un tentativo di avvelenare la festa. Il messaggio finale, «Tanto amore a tutti», suona quasi spirituale, ma arriva dopo una lunga invettiva contro chiunque abbia osato contestarne le scelte.
Il problema è che le polemiche non nascono soltanto da interpretazioni ostili o da pregiudizi. Il Mondiale ha lasciato dietro di sé una serie di casi concreti che Infantino non può cancellare con una dichiarazione d’amore universale.
Dirigenti iraniani, arbitro somalo e tifosi lasciati fuori
Tra i punti più controversi compare il divieto d’ingresso negli Stati Uniti imposto a dirigenti iraniani, a un arbitro somalo e ad alcuni tifosi. Una vicenda che ha messo in discussione la capacità della Fifa di garantire davvero l’accesso universale a una competizione che si presenta come patrimonio di tutto il mondo. Infantino ha celebrato l’unione tra i popoli, ma il torneo ha mostrato confini, veti e passaporti capaci di decidere chi potesse partecipare e chi no.
La contraddizione è evidente. La Fifa proclama neutralità e inclusione, ma organizza i propri eventi all’interno di sistemi politici che impongono limitazioni e controlli. Quando le autorità americane hanno chiuso le porte a persone coinvolte nel Mondiale, l’organizzazione non ha saputo o voluto evitare il caso. Infantino, nel suo lungo post, preferisce accusare i critici piuttosto che spiegare come intenda impedire che situazioni simili si ripetano.
Biglietti alle stelle e partite spezzate dalla pubblicitÃ
Anche il prezzo dei biglietti ha provocato una valanga di proteste. Migliaia di tifosi hanno denunciato cifre proibitive, capaci di trasformare il Mondiale in un evento riservato a sponsor, aziende, vip e pubblico facoltoso. La retorica della festa popolare ha dovuto fare i conti con costi che hanno escluso proprio una parte di quel popolo che la Fifa afferma di voler unire.
A questo si sono aggiunte le interruzioni commerciali durante le partite, considerate da molti una forzatura studiata per spremere fino all’ultimo secondo di attenzione televisiva. Il calcio, già sommerso da sponsor e operazioni di marketing, ha assunto in alcuni momenti la forma di un contenitore pubblicitario nel quale la partita sembrava quasi un elemento secondario.
Infantino non affronta direttamente questi problemi. Preferisce parlare di spettacolo, emozione e successo globale. Il bilancio economico sorride alla Fifa, ma quello dei tifosi racconta un’altra realtà : prezzi elevati, accessi complicati e un’esperienza sempre più modellata sulle esigenze degli investitori.
Il caso Balogun e la squalifica sospesa
A incendiare ulteriormente le polemiche è arrivato anche il caso Balogun. L’attaccante della nazionale statunitense aveva ricevuto una giornata di squalifica dopo un’espulsione, ma la sanzione è stata sospesa. Infantino ha definito decisioni di questo tipo «routine», cercando di ridimensionare l’accaduto. Il problema è che la Fifa non ha ancora pubblicato il verdetto completo del giudice disciplinare.
L’assenza di trasparenza alimenta inevitabilmente i sospetti. Se la sospensione rientra davvero nella normale prassi, perché non rendere immediatamente disponibili motivazioni e documenti? La scelta di non pubblicare il provvedimento lascia spazio all’idea che la Fifa abbia riservato un trattamento di favore al giocatore della nazionale ospitante, proprio nel Paese guidato dall’uomo con cui Infantino intrattiene rapporti strettissimi.
Non esiste al momento una prova che colleghi direttamente la decisione disciplinare alla politica americana. Ma il contesto rende ogni opacità molto più pesante. Quando il presidente della Fifa frequenta la Casa Bianca, celebra Trump e finisce sotto indagine per possibili favori, anche una squalifica sospesa smette di sembrare un semplice dettaglio sportivo.
Il presidente che predica unità e colleziona sospetti
Infantino è entrato nell’undicesimo anno alla guida della Fifa e ha costruito un potere personale enorme. Ha allargato competizioni, moltiplicato partite, aumentato introiti e trasformato l’organizzazione in una macchina economica sempre più aggressiva. Parallelamente ha stretto rapporti con presidenti, monarchi e governi di ogni colore, rivendicando la neutralità del calcio mentre utilizzava il calcio come strumento di diplomazia personale.
La relazione con Trump rappresenta forse il punto più evidente di questa strategia. Infantino non ha mai nascosto la propria ammirazione per il presidente americano e ha spesso accettato un ruolo quasi da cerimoniere del potere. Ora il Congresso vuole capire se quella vicinanza abbia prodotto soltanto fotografie e complimenti oppure vantaggi concreti, concessioni e scambi difficili da giustificare.
La risposta su Instagram non basta. «Voi dividete, noi uniamo» funziona come slogan, ma non sostituisce i documenti richiesti dalla commissione Giustizia. Infantino può accusare i suoi avversari di odio, celebrare il Mondiale e distribuire amore virtuale. Entro il 9 agosto, però, dovrà consegnare carte vere e spiegare che cosa accade dietro le porte della Trump Tower.
Il calcio mondiale entra così in una nuova tempesta. Non sul campo, ma nei corridoi del potere americano, dove i gol non contano, le frasi motivazionali servono a poco e ogni favore lascia una traccia.
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Luca Arnau
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