#Finsubito news dalla rete – David Rossi, oggi i nomi dei possibili assassini, la pista: ’ndrangheta


Un numero trovato sul telefono di un morto. Una piccola filiale bancaria a Viadana. I soldi della più antica banca italiana, le sponsorizzazioni sportive, gli affari della ’ndrangheta nelle terre del Po. Per tredici anni sono sembrati frammenti di storie diverse. Adesso potrebbero essere i tasselli di un’unica vicenda. Quella che comincia il 6 marzo 2013, quando David Rossi precipita dalla finestra del suo ufficio a Rocca Salimbeni, nel cuore di Siena, e arriva fino a Viadana, dove da tempo si concentra uno dei filoni più delicati dell’inchiesta parlamentare sulla sua morte. Lunedì 19 ottobre  potrebbe essere il giorno dei nomi: le identità delle persone che qualcuno ha indicato come possibili mandanti ed esecutori dell’omicidio. Lo ha annunciato Gianluca Vinci, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta: «Lunedì faremo i nomi di quelli che ci sono stati riferiti come possibili mandanti e possibili esecutori».

Alla base della novità ci sono due annotazioni depositate venerdì il 16 ottobre, contenenti le dichiarazioni di persone che avrebbero fornito indicazioni sui possibili responsabili. «Dopo aver ricostruito, adesso stiamo andando a cercare i colpevoli», ha dichiarato Vinci, annunciando che i nomi saranno comunicati  alle 10, durante una riunione dell’Ufficio di presidenza della Commissione integrato dai rappresentanti dei gruppi parlamentari.

E ha aggiunto due elementi destinati a spostare ancora una volta il baricentro dell’indagine. I soggetti indicati sarebbero «vicini alla ’ndrangheta ma non direttamente collegati alla ’ndrangheta, gente lontana da Siena». Quanto al movente, Vinci lo riconduce al denaro e all’attività lavorativa di Rossi.

Il numero 4099009

La traccia più concreta è una sequenza di sette cifre: 4099009. Compare su una schermata del telefono di David Rossi e conduce a un certificato di deposito al portatore, a tasso fisso, collegato alla filiale di Viadana della Banca Popolare di Puglia e Basilicata. Un titolo bancario con scadenza il 31 agosto 2013, pochi mesi dopo la morte del manager.

Non un normale conto corrente, dunque. E soprattutto non un rapporto del quale sia stato chiarito pubblicamente il significato nella vita di Rossi. Chi gli aveva fornito quel riferimento? Per quale ragione lo aveva sul cellulare? E chi era il beneficiario effettivo dell’operazione?

Domande che acquistano un peso diverso se collocate nella geografia economica di quegli anni. Viadana non era un luogo sconosciuto al responsabile della comunicazione di Monte dei Paschi. Rossi frequentava il Mantovano, era vicepresidente del Centro Te e seguiva un settore nel quale la banca investiva risorse considerevoli: 50 milioni di euro tra comunicazione, pubblicità e sponsorizzazioni. Tra i destinatari figurava anche il Rugby Viadana, squadra della quale Rossi era tifoso e spettatore.

Voleva parlare con il Pm

C’è poi un altro elemento che riporta l’inchiesta dentro gli uffici di Rocca Salimbeni. Nei giorni precedenti alla morte, dopo essere stato perquisito dalla Guardia di Finanza, David Rossi aveva scritto una mail all’amministratore delegato Fabrizio Viola per annunciare che voleva parlare con la Procura. Non sappiamo che cosa intendesse raccontare ai magistrati. Viola ha dichiarato di non aver letto quella mail perché si trovava in vacanza all’estero. Ma alla sua casella di posta aziendale avevano accesso anche quattro collaboratori. Chi era dunque a conoscenza dell’intenzione di Rossi? E qualcuno potrebbe aver avuto interesse a zittirlo?

Grimilde e la banca

C’è un altro documento che rende la pista di Viadana meritevole di approfondimento. È l’ordinanza dell’operazione Grimilde, l’inchiesta della Dda di Bologna sugli affari della cosca Grande Aracri in Emilia-Romagna e nelle province confinanti.

Alle pagine 153 e 154 compare proprio la Banca Popolare di Puglia e Basilicata, filiale di Viadana. Gli investigatori ricostruiscono un rapporto bancario formalmente intestato al 31enne Pietro Passafaro, ma nella disponibilità effettiva, secondo l’accusa, di Salvatore Grande Aracri, nipote 47enne del boss Nicolino. Al conto era collegata una carta American Express, nella cui documentazione figurava anche l’indirizzo di posta elettronica di Grande Aracri.

Un particolare racconta il meccanismo dell’intestazione fittizia meglio di molte spiegazioni. Parlando della carta, Passafaro avrebbe dichiarato: «Io non l’ho mai usata, nonostante ci sia il mio nome».

Quel conto, tuttavia, era stato aperto il 2 marzo 2017, quattro anni dopo la morte di Rossi. Non può quindi essere automaticamente identificato con il certificato di deposito il cui numero compare sul cellulare del manager. La coincidenza riguarda l’istituto e la sede bancaria, non l’identità dei due rapporti. Ma resta un dato significativo nella ricostruzione del contesto.

Le parole del pentito

È su questo terreno che si inseriscono le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Angelo Salvatore Cortese, ex braccio destro del boss Grande Aracri.

Cortese ha descritto un sistema di rapporti tra imprenditori, intermediari, società e uomini delle cosche, nel quale il denaro veniva movimentato attraverso attività economiche apparentemente ordinarie. Nelle sue ricostruzioni compaiono Salvatore Grande Aracri e Girolamo Rondinelli, indicati come figure di riferimento degli interessi del clan nel territorio emiliano.Davanti alla Commissione sul caso Rossi, Cortese ha inoltre parlato di disponibilità di contante attraverso rapporti con direttori bancari compiacenti. Operazioni nelle quali somme importanti potevano essere ottenute rapidamente e successivamente compensate o giustificate attraverso altri movimenti finanziari.Cortese ha fornito indicazioni sulla collocazione della banca dove sarebbero avvenuti questi movimenti anomali: si trovava in centro, con un parcheggio proprio di fronte. Dettagli che sembrano corrispondere a quella sede della Banca Popolare di Puglia e Basilicata.

Ma l’ex direttore ascoltato nell’inchiesta parlamentare ha respinto ogni collegamento con Rossi e con la criminalità organizzata, definendo irrealizzabili le operazioni descritte dal collaboratore.

Due ricostruzioni incompatibili, dunque.

Il verbale segreto

A rendere ancora più delicato il quadro è arrivata nei giorni scorsi un’indiscrezione pubblicata da “Il Giornale“. Secondo il quotidiano, un appartenente alla ’ndrangheta attualmente detenuto avrebbe indicato in un verbale secretato di una Procura antimafia presunti mandanti ed esecutori della morte di Rossi. Nel racconto comparirebbe anche un parlamentare del Partito democratico che sarebbe stato al servizio dell’organizzazione criminale di Grande Aracri.




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