La sostenibilità sembra scomparsa dal dibattito pubblico e politico. Eppure è presente, presentissima nelle imprese italiane. E continua sempre più a decidere strategie e mercato del lavoro. Diversi report segnalano investimenti “green” per le aziende italiane, dimostrando che chi agisce per tempo vede dei benefici in termini di fatturato superiori alla media. Ma il vantaggio non è solo per le aziende, ma anche per le persone che lavorano o cercano impiego. Quanto vale oggi la sostenibilità sul curriculum?
La domanda corre più dell’offerta
Lo rivela il Green Skills Report 2026 di LinkedIn, basato sui profili della piattaforma dedicata al networking professionale e al mondo del lavoro, di proprietà di Microsoft. In Italia la quota delle assunzioni che coinvolgono talenti green è cresciuta del 23% nell’ultimo anno, a un ritmo più che doppio rispetto all’offerta di talenti green, del 10%. La domanda cresce più del doppio dell’offerta. Infatti nei primi sette mesi del 2026 chi possiede queste competenze è stato assunto a un tasso superiore del 59% rispetto alla media.
Il vantaggio emerge anche fuori dall’Italia. Nel mondo la quota delle assunzioni green sale del 25% su base annua, contro il 13% della media delle assunzioni qualificate; chi ha queste competenze “sostenibili” viene assunto a un ritmo oltre una volta e mezzo quello generale. Sono variazioni, ricordiamolo, basate sulla piattaforma, che non riflettono necessariamente gli stessi numeri nel mercato del lavoro totale.
Cambia il nome, non il lavoro
Un tempo parlavamo di “green jobs”: professioni dedicate alle rinnovabili o alla tutela ambientale. Ora conta soprattutto ciò che accade negli altri mestieri. In Italia il 73% delle assunzioni green riguarda persone con competenze di sostenibilità che non hanno una qualifica professionale specifica in questo campo. E il 64% dei talenti green non ricopre un ruolo formalmente ambientale: dieci anni fa la quota era inferiore di oltre 21 punti. Nel mondo il 74% degli assunti green entra in ruoli senza un titolo tradizionalmente ambientale.
Cosa significa? Che la transizione energetica e i temi di sostenibilità sociale entrano nel lavoro quotidiano. Chi si occupa di acquisti deve valutare la provenienza dei materiali e l’impatto dei fornitori; chi lavora nella finanza deve conoscere rischi climatici e investimenti sostenibili; chi progetta un prodotto è chiamato a considerarne anche durata, consumi e fine vita. Non va dimenticato il ruolo “sociale” della sostenibilità: equità e inclusione interna, attenzione al benessere dei dipendenti.
«Le competenze green non sono solo una risorsa per accompagnare la transizione ecologica, ma stanno diventando un vero e proprio fattore di competitività nel mercato del lavoro» spiega Marcello Albergoni, Country Manager di LinkedIn Italia. «È vitale che imprese e professionisti continuino a investire nello sviluppo e aggiornamento delle competenze per contribuire a costruire un’economia più innovativa e sostenibile».
Le competenze che salgono in classifica
In Italia i settori con la maggiore concentrazione di professionisti green restano i servizi di pubblica utilità (13,5%) e l’agricoltura con la silvicoltura (9%). Seguono petrolio, gas ed estrazione (8,5%). Quest’ultimo dato ci mostra come avere lavoratori con competenze green non equivale, di per sé, a essere un’azienda necessariamente a basso impatto. Ma proprio le nuove competenze possono aiutare anche grandi gruppi nella transizione.
Negli ultimi cinque anni la presenza di questi profili è più che raddoppiata nei servizi finanziari (+119%) ed è cresciuta dell’83% nel comparto tecnologia, informazione e media. Lo mostrano anche le competenze aggiunte ai profili Linkedin: prevalgono prevenzione dei rifiuti (20%) e gestione energetica (13%), mentre nell’ultimo anno accelerano soprattutto gli acquisti sostenibili (+141%) e la finanza sostenibile (+68%).
Il confronto internazionale conferma che l’allargamento riguarda tutta l’economia. Su scala globale, negli ultimi 5 anni, la presenza di competenze green è cresciuta ogni anno del 18% nei servizi finanziari, del 15% in tecnologia e media e del 14% nel commercio al dettaglio.
I giovani ci credono (troppo)
C’è poi una dimensione culturale. In Italia la Generazione Z (i ventenni) è quella che aumenta più rapidamente il proprio “bagaglio” di competenze green: in media il 14% all’anno dal 2021, contro il 7,5% dei Millennial (i trenta-quarantenni). A livello globale emerge anche il tema di desideri e aspettative ideali: il 57% dei lavoratori della Gen Z intervistati vorrebbe un impiego che contribuisca a contrastare la crisi climatica o a realizzare la transizione energetica, rispetto al 43% dell’insieme dei lavoratori.
Le opportunità, però, non seguono lo stesso trend, anzi. Sempre a livello globale, il 54% della Gen Z dichiara difficile trovare un lavoro green, contro il 26% dei Millennial. E l’accesso resta diseguale anche per genere: le donne sono il 38% dei talenti green in Italia, più del 30% registrato nel mondo, ma comunque una minoranza netta. Al ritmo attuale, stima LinkedIn, per colmare il divario globale occorreranno oltre trent’anni.
Il duplice ruolo dell’Ai
Un altro incrocio significativo riguarda l’intelligenza artificiale. In Italia il 4% dei talenti green possiede competenze di AI engineering, una quota aumentata del 61% in un anno. Nei data center italiani il 12% degli addetti ha almeno una competenza green: rispetto al 2021 la presenza è cresciuta del 263%. A livello mondiale la quota è passata dal 4% al 14% in cinque anni, mentre tra i professionisti green le competenze di intelligenza artificiale sono aumentate in media del 54% all’anno.
Il rapporto tra le due transizioni resta complesso. L’IA può aiutare a ottimizzare consumi e processi, ma richiede a sua volta energia e infrastrutture. Servono professionisti capaci di misurare e governare anche l’impatto ambientale di queste tecnologie.
IL CASO
Data center, favorevoli 6 italiani su dieci. Ma preoccupano i consumi di energia
Sandra Riccio
La nuova regola della competitività
Il rischio è che la formazione rimanga indietro. Dal report di Linkedin emerge una necessità per più formazione green, anche durante la carriera. La questione riguarda chi deve entrare nel mercato del lavoro quanto chi vi lavora da vent’anni. In passato abbiamo cercato di capire quanti nuovi “green jobs” avrebbe prodotto la transizione. I numeri di questo report (e molti altri) spingono a un approccio diverso: quanti lavori, ormai, possono fare a meno delle green skills? Sempre meno. Ed è su queste conoscenze che si giocherà una parte crescente della competizione, tra aziende e tra professionisti.
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