Prendiamo una banconota da cento euro, spesa in Sardegna da un turista in un giorno qualunque d’agosto: una cena, qualche ora di ombrellone, una notte in albergo o in una casa affittata per la settimana. La domanda è dove si trovi quella banconota il giorno dopo.
Sardegna, turismo da record
Una parte è in una busta paga, e lì è facile seguirla. Una parte è nella cassa di un ristorante o di uno stabilimento, e da lì si dividerà tra chi l’ha servita, chi l’ha fornita e chi possiede il locale. Una parte è già sul conto di un fornitore di Milano o di Valencia, perché il pesce, l’olio, l’energia, il detersivo delle lavanderie non sempre si producono dove si consumano. Una parte è finita a una piattaforma di prenotazione che nell’Isola non ha un solo dipendente.
L’editoriale: cosa dicono questi dati
La domanda sembra da ragioniere, ed è invece la più politica che si possa rivolgere a un’economia sempre più appesa al turismo. Dalla risposta dipende se un’estate di record sia una buona notizia per chi vive in Sardegna tutto l’anno o soltanto per chi ne incassa i margini, e dove. Eppure nessun ente pubblico calcola il conto. La Regione misura arrivi, presenze, passeggeri; la Banca d’Italia misura la spesa degli stranieri; l’Inps misura i contratti; il Crenos stima le presenze sommerse. Nessuno somma questi frammenti in una cifra che dica quanta parte della spesa diventi reddito sardo.
Questo lavoro prova a farlo, con un’avvertenza preliminare che il lettore merita di leggere per prima. Ciò che segue è una stima, non una misura. Poggia su un modello a sei parametri, due dei quali ancorati solo in parte a dati e quattro dichiarati apertamente come ipotesi di lavoro. Il risultato centrale è che di ogni cento euro ne restano nell’Isola circa 46, tra salari e redditi di imprese e proprietari sardi. La forchetta plausibile va da 34 a 58. Gli altri 54 escono.
Quel numero conta meno di quello che c’è prima. Si può dire con più sicurezza che la spesa turistica cresce a un ritmo molto superiore a quello del reddito regionale, che il lavoro creato è soprattutto breve e poco pagato, e che la ricchezza si accumula dove ci sono immobili, cioè presso chi li possiede, che risieda o meno in Sardegna. Il modello serve a mettere in ordine questi fatti e a mostrare quali, tra le ipotesi, decidono il risultato.
Che cosa si misura, e che cosa no
Il primo errore del dibattito pubblico è confondere tre grandezze che sembrano la stessa cosa. La spesa turistica è quanto i visitatori pagano sull’isola: è fatturato, e nel conto di chi incassa è il punto di partenza. Il valore aggiunto è la parte di quella spesa che resta dopo aver pagato i fornitori, ed è ciò che entra nel Pil. Il reddito dei sardi è la parte di quel valore aggiunto che finisce in tasche sarde: come salario, come profitto di un’impresa o di una famiglia sarda, come affitto a un proprietario residente. Tra la prima e la terza grandezza si frappongono importazioni, commissioni e utili in uscita, ed è quella distanza che qui si prova a stimare.
Il ragionamento ricalca quello in molti propongono da tempo, chiedendo alla Regione di dotarsi di un indicatore del valore netto territoriale del turismo, articolato in quattro componenti: il valore aggiunto diretto, il valore attivato nella filiera locale, i redditi trasferiti fuori regione e i costi marginali per infrastrutture e servizi. Quell’indicatore non esiste ancora. Quel che segue ne è una prima approssimazione.
Il perimetro ha confini che vanno detti subito. La spesa considerata è quella fatta sull’isola. Restano fuori il biglietto aereo o del traghetto, il pacchetto acquistato da un tour operator continentale e ogni consumo precedente alla partenza: sono redditi che nascono fuori dalla Sardegna e non entrano nei 4,4 miliardi di cui si parlerà. Sul fronte opposto, il modello non sottrae i costi che il turismo scarica sui servizi pubblici, dai rifiuti alla depurazione alla sanità. Non è un dettaglio. A Muravera, nel 2022, un depuratore collaudato per 35mila persone riceveva i reflui di circa 60mila. Una cosa è il reddito che un territorio incassa, un’altra il prezzo che paga per incassarlo, e questa inchiesta misura soltanto la prima.
C’è poi un limite sulle fonti, che l’onestà impone di dichiarare. Il volume integrale del 33° Rapporto Crenos non è stato scaricabile per intero, e se ne citano i dati dalle sintesi e dalla stampa. Diverse pagine sono state lette solo come estratti di ricerca, e l’elenco delle fonti distingue quelle aperte per intero.
Quanto vale il turismo
Nel 2025 i turisti hanno speso in Sardegna circa 4,4 miliardi di euro, con un intervallo che va da 4,1 a 4,8. Equivale all’11 per cento circa del Pil 2024, che era di 38,9 miliardi, anche se il confronto va maneggiato con cura: la spesa è fatturato, il Pil è valore aggiunto, e non sono grandezze sommabili né comparabili senza cautela.
I flussi, a differenza della spesa, sono noti. Nel 2025, secondo il Crenos, gli arrivi hanno superato i quattro milioni e le presenze i 17 milioni, con aumenti del 13 e del 12 per cento. Nei primi otto mesi del 2026, secondo i dati presentati dalla Regione al Ttg di Rimini il 15 ottobre, le presenze sono state 13,83 milioni, il 4,58 per cento in più, e gli arrivi 3,32 milioni, il 3,98 per cento in più, con una permanenza media di 4,16 notti. Nei primi nove mesi gli aeroporti sardi hanno registrato oltre dieci milioni di passeggeri, il 9,25 per cento in più, di cui oltre 4,1 milioni internazionali, in crescita del 18,96. Per la spesa, l’analisi Mastercard indica un aumento del 10 per cento tra gennaio e settembre, con il 52 per cento della spesa rilevata fatta da clienti internazionali. Una spesa che cresce circa il doppio delle presenze segnala che la spinta viene dai prezzi e dalla composizione della clientela più che da notti in più, con la cautela che i due periodi non coincidono esattamente.
La cifra di 4,4 miliardi, però, non la pubblica nessuno, e va ricostruita. Il dato più solido è la spesa dei viaggiatori stranieri rilevata dalla Banca d’Italia con l’indagine alle frontiere: 2,0 miliardi nei primi nove mesi del 2025, contro 1,6 dell’anno prima, cioè il 25 per cento in più, a fronte di 16,4 milioni di notti, il 32 per cento in più. Nel solo trimestre luglio-settembre ne sono stati spesi 1,3, secondo le tavole rielaborate dal Cipnes Gallura. Poiché l’indagine è campionaria e non parte dai registri delle strutture, cattura anche chi dorme in una casa non dichiarata, ed è questo il suo pregio in un’isola dove le presenze sommerse sono una parte rilevante del fenomeno.
Per portare il dato all’anno intero si ipotizza che i primi nove mesi valgano il 94 per cento della spesa annua, sulla base della concentrazione delle presenze, l’88 per cento tra maggio e settembre secondo uno studio Srm sul 2019. Si ottengono 2,13 miliardi. Per passare dagli stranieri al totale serve poi la loro quota, e qui i dati divergono: la Banca d’Italia la stimava al 44 per cento nel 2024, Mastercard al 52 nel 2026, e i due valori non sono omogenei, perché il secondo riguarda solo i pagamenti con carta. Se gli stranieri pesano il 52 per cento, la spesa totale del 2025 è di 4,1 miliardi e quella del 2026, con il +10 per cento, di 4,5. Se pesano il 44, si arriva a 4,8 miliardi nel 2025 e a 5,3 nel 2026. Il valore intermedio, il 48 per cento, usato come centrale, dà 4,4 miliardi nel 2025 e 4,9 nel 2026.
Esiste un controllo indipendente, che va nella stessa direzione. Se sei presenze su dieci non risultano nelle statistiche, come stima il Crenos, le 17 milioni ufficiali rappresentano appena il 38 per cento del totale, che sale a quasi 45 milioni. A 73 euro al giorno, la spesa giornaliera media indicata dallo stesso Crenos, si arriva a 3,3 miliardi: un valore più basso, ma dello stesso ordine di grandezza, e ragionevolmente prudente, perché una media di 73 euro appiattisce i soggiorni di lusso della Gallura.
Quanto al valore aggiunto, la stima più citata è quella dell’indagine su 765 imprese di Bper, Banco di Sardegna e Unioncamere Emilia-Romagna, secondo cui la filiera del turismo vale il 18 per cento del valore aggiunto regionale, 6,5 miliardi nel 2024. Il numero non si può sovrapporre ai 4,4 miliardi di spesa, e il confronto stesso lo mostra: un valore aggiunto più alto della spesa turistica significa che l’indice di “turisticità” include anche la domanda dei residenti verso le stesse imprese. È una misura dell’esposizione dell’economia sarda al turismo, non di ciò che i turisti vi generano.
Il confronto che fa riflettere è un altro. Tra 2024 e 2025 la spesa totale stimata cresce di circa 0,56 miliardi, da 3,9 a 4,4, mentre il Pil reale regionale, secondo la Banca d’Italia, aumenta dello 0,7 per cento, cioè di circa 0,27 miliardi. Si confrontano un fatturato nominale e un valore aggiunto reale, e il rapporto va preso come ordine di grandezza. Ma è coerente con il quadro Svimez, secondo cui nel 2024 il valore aggiunto dei servizi è sceso dello 0,1 per cento, l’unico segno meno dell’economia regionale, nonostante una crescita del 17,2 per cento tra 2021 e 2024 per il blocco che comprende alloggio e ristorazione. Nel 2025, mentre la spesa degli stranieri saliva di un quarto, il Pil reale cresceva dello 0,7. Se la spesa cresce a quel ritmo e l’economia a questo, solo una parte dell’aumento si trasforma in reddito prodotto sull’isola.
Il lavoro: molto, ma corto (e spesso sottopagato)
Il turismo dà lavoro a molte persone, ma per poco tempo. Nel 2024 i dipendenti del settore erano in media 46.057 sull’anno, ma 68.505 ad agosto e 27.397 a gennaio. Nei servizi ricettivi la forbice è ancora più larga: 22.837 a luglio, 4.252 a gennaio, cioè 5,4 volte di più. I dati vengono dall’Osservatorio sul mercato del lavoro nel turismo di Federalberghi, che elabora gli archivi Inps, e sono i più recenti disponibili, quelli del Focus Sardegna 2024. Riguardano solo i dipendenti: titolari, soci e collaboratori familiari, che nelle imprese a conduzione diretta sono una parte importante, non vi compaiono.
La forma dei contratti racconta il resto. I contratti a termine stagionali sono il 37,1 per cento del totale e il 70,2 per cento negli alberghi. Il tempo parziale è il 45,1 per cento. Gli operai sono l’88,4, gli under 30 il 35,1. Chi lavora a tempo pieno nei pubblici esercizi riceve in media 164 giornate retribuite l’anno, nei servizi ricettivi 153.
Da qui si ricava ciò che interessa davvero, cioè quanto guadagna una persona. Il calcolo parte dalla “retribuzione media annua standardizzata”, una misura che riporta tutti i comparti a una base comune, quella con più giornate pagate, gli stabilimenti termali con 296: 22.491 euro nei pubblici esercizi e 28.553 nei servizi ricettivi. Dividendo per 296 si ottiene la paga lorda giornaliera, circa 76 euro e 96,5. Moltiplicandola per le giornate effettivamente retribuite si ha il guadagno annuo reale di chi lavora a tempo pieno ma non tutto l’anno: circa 12.500 euro lordi nei pubblici esercizi, 14.800 nei servizi ricettivi. Per coprire un posto di lavoro annuale servono quasi due persone, 1,8 e 1,9. Il calcolo riguarda solo i dipendenti a tempo pieno, e il 45 per cento a tempo parziale guadagna meno.
Sono cifre dello stesso ordine di quelle nazionali, dove nell’alloggio e ristorazione l’Inps registra la retribuzione media annua più bassa di tutti i settori, 11.233 euro lordi con 183 giornate. La Sardegna, su questo punto, non ha alcun premio.
La stagionalità consente anche un calcolo del lavoro che esiste soltanto grazie ai flussi turistici. Se si considera il livello di gennaio, 27.397 posizioni, come il fabbisogno strutturale delle imprese, l’eccedenza media annua è di 18.660 posizioni, il 40,5 per cento del totale: è il minimo di lavoro attribuibile alla stagione. Il massimo, il cento per cento, vale se anche i ristoranti aperti d’inverno vivono di turismo. La stima centrale del modello, come si vedrà, sta nella metà alta di questo intervallo.
La crescita c’è, ma ha una forma precisa. Nel 2024 l’occupazione dipendente del turismo è aumentata di quasi 2.600 unità, il 6 per cento: i contratti a termine sono cresciuti del 9,1 per cento, gli stagionali del 5,5, quelli a tempo indeterminato del 4,6. La Banca d’Italia segnala che nel 2025 l’occupazione regionale è salita dell’1 per cento, ma il tasso di disoccupazione è tornato a crescere, al 9,3 per cento dall’8,3, per la prima volta dopo quattro anni, e il reddito pro capite resta di circa 19.900 euro, il 15 per cento sotto la media italiana. Il dato non dimostra un nesso di causa, ma dice che i posti stagionali in più non bastano a ridurre la disoccupazione.
Le parti sociali leggono il quadro in modo opposto, e vanno citate come tali. La Uiltucs sostiene che negli ultimi dodici anni le retribuzioni del terziario sarde sono cresciute meno della metà della media europea, con una perdita del 15 per cento rispetto all’inflazione a fronte di un aumento di produttività del 6. Un dossier Cgil-Fondazione Di Vittorio, riferito da CagliariToday, stima che il 45 per cento degli occupati del comparto abbia un reddito annuo sotto la soglia di povertà relativa. Sono tesi di una parte, e la loro forza sta nel fatto che il quadro Inps non le contraddice.
Il reddito: due somme in due passi
Nel caso centrale i salari generati dalla spesa turistica valgono circa 1,4 miliardi di euro l’anno, 31 euro ogni cento spesi, e i margini di imprese e proprietari sardi altri 0,7 miliardi, 15 euro ogni cento. Sono due somme, e vanno ricostruite in due passi.
Il primo è la filiera diretta. Con un valore aggiunto del 40 per cento della spesa si ottengono 1,77 miliardi. Se il lavoro ne assorbe il 55 per cento, i salari e gli oneri dei dipendenti diretti sono 0,98 miliardi, e il resto, 0,80, è margine lordo di imprese e titolari, da cui vanno ancora tolti imposte, interessi e ammortamenti. Il secondo passo è l’indotto. Il 54 per cento della spesa, 2,39 miliardi, va in acquisti intermedi: cibo, energia, lavanderie, manutenzioni, trasporti. Se il 35 per cento viene acquistato fuori isola, 1,55 miliardi vanno a fornitori sardi, che a loro volta tengono il 45 per cento come valore aggiunto, 0,70 miliardi, diviso tra 0,39 di salari e 0,31 di margini. Il resto, importato dai fornitori stessi, esce.
Il parametro più delicato di questa parte è la quota del lavoro, ed è quello che si può controllare con i dati Inps. Moltiplicando le posizioni medie di ciascun comparto per la retribuzione standardizzata e correggendo per il 45 per cento di part-time, con l’ipotesi che lavori il 55 per cento delle ore, il monte salari lordo dell’intero settore alberghiero e della ristorazione risulta di 0,89 miliardi, 1,16 con gli oneri sociali stimati al 30 per cento. Il lavoro attribuito al turismo dal modello, 0,98 miliardi, è dunque l’85 per cento dell’intero monte salari del settore. Sta nella metà alta dell’intervallo ricostruito prima, da 0,47 a 1,16, e questo rende lo scenario centrale, se mai, generoso con i salari. Per ogni posizione annuale media, il monte salari corrisponde a circa 19.300 euro lordi, assai più dei 12.500 che incassa chi lavora metà anno, perché dietro ciascuna posizione ci sono quasi due persone.
C’è un risultato di metodo che conviene anticipare, perché smentisce l’intuizione. Il modello è poco sensibile alla divisione tra salari e profitti, perché entrambi restano per la maggior parte nell’isola: spostare la quota del lavoro dal 50 al 60 per cento cambia la parte che resta di appena 2,2 punti su cento. È molto sensibile, invece, a chi incassa i profitti. Per il 2026, con la spesa a 4,9 miliardi e le stesse proporzioni, salari e margini sardi salirebbero a circa 2,2 miliardi complessivi. A condizione che la composizione non cambi, ed è una condizione che la crescita degli alberghi di lusso e degli alloggi in affitto gestiti in forma imprenditoriale mette in dubbio.
La ricchezza: nelle case, non nei bilanci
Se il reddito si può seguire nelle buste paga, la ricchezza che il turismo produce in Sardegna sta altrove: nelle case. Secondo il registro regionale, nel 2024 le strutture ricettive erano 39.525, con 388.843 posti letto, e 33.080 di esse, con 155.621 letti, rientrano nella voce “altri alloggi privati”, cioè abitazioni affittate ai turisti, con una media di 4,7 letti ciascuna. Gli alberghi sono 1.056 con 114.586 posti letto, il 29,5 per cento del totale, in media 108,5 letti per struttura. Le strutture extra-alberghiere sono 38.469 con 274.257 letti, il 70,5 per cento. Gli alloggi privati valgono il 40 per cento dell’offerta, mentre i 76 campeggi hanno 44.501 letti, l’11,4 per cento, in media 585,5 per struttura.
I numeri si leggono in due direzioni. La prima è che quasi quattro letti su dieci sono in unità da poche stanze, per cui la tesi secondo cui il turismo sardo sarebbe in mano a pochi grandi operatori non regge, se la si applica ai letti. La seconda è che il registro è solo una parte della realtà. Le strutture sono aumentate del 43 per cento tra 2023 e 2024 e i letti del 17: un’emersione di piccole unità, plausibilmente legata all’obbligo del codice identificativo nazionale, ma ne sono usciti allo scoperto solo alcuni. Una azienda leader di mercato nella gestione affitti, Estay, nel lanciarsi in Sardegna parlava di circa 300mila seconde case: un dato di parte e non verificato, ma se fosse dell’ordine giusto significherebbe che circa una su nove è registrata come alloggio turistico. Per il Crenos il 62 per cento delle presenze non compare nelle statistiche ufficiali, contro il 36 del 2019, e per Federalberghi Sud Sardegna la quota sfiorerebbe il 65, secondo l’articolo dell’Unione Sarda.
I prezzi dicono chi guadagna. Nel 2025 sono state vendute in Sardegna quasi 19mila case, secondo l’Osservatorio dell’Agenzia delle Entrate presentato da Fimaa, con l’offerta sempre più scarsa e prezzi a Cagliari fino a 4mila euro al metro quadro. Gli stranieri comprano non più solo sulla costa ma anche nell’interno. Secondo una ricerca di Abitare Co., nei comuni di mare italiani i prezzi sono cresciuti del 15,5 per cento in cinque anni e del 5,6 nel primo semestre 2026.
A Villasimius l’aumento in un anno è del 9,4 per cento, e due località della Gallura sono nella classifica nazionale delle più care. La media regionale, 1.685 euro al metro quadro contro 1.833 italiani secondo QuiFinanza, nasconde uno scarto enorme tra l’interno e i 6mila euro della prima fila sul mare.
Chi ha una casa nella zona giusta vede salire il proprio patrimonio senza aver fatto nulla. Chi deve comprare o affittare, in città o in costa, paga il rincaro. E quanto di questo patrimonio sia di non residenti non lo dice nessun dato pubblico che si sia potuto trovare.
Non si tratta di colate di cemento, almeno in Sardegna (la Salvacoste di Renato Soru da vent’anni fa ancora da scudo). Nel 2025 il valore aggiunto dell’edilizia sarda è cresciuto del 2,1 per cento, ma l’edilizia residenziale privata si è contratta del 16,7, mentre le opere pubbliche, sostenute dal Pnrr, sono salite del 12, secondo la Banca d’Italia. La rendita, dunque, non nasce oggi da nuove costruzioni ma dalla riconversione del patrimonio esistente: case di famiglia, seconde case e appartamenti nei centri storici che passano dall’affitto a lungo termine alla locazione breve. La partita edilizia si gioca piuttosto sulla fascia dei trecento metri dal mare. In un’intervista recente l’amministratore delegato di Smeralda Holding, Mario Ferraro, ha detto che al Qatar non interessa cementificare, ma che non crede si possa far crescere il turismo senza alcun intervento in quella fascia.
Resta la leva fiscale. Secondo una guida di settore, dal 2026 la cedolare secca sugli affitti brevi è del 21 per cento sulla prima unità, del 26 sulla seconda e del 30 dalla terza: ogni cento milioni di ricavi non dichiarati valgono dunque tra 21 e 30 milioni di imposta persa. Non si può ricavare il mancato gettito dalle presenze non registrate, perché il dato Crenos dice che un soggiorno non è rilevato, non che il reddito corrispondente sia evaso. È però la misura di ciò che i registri non vedono, e che la banca dati nazionale delle strutture ricettive, avviata nel 2024, dovrebbe progressivamente ridurre.
I grandi gruppi
Il luogo comune vuole che il turismo sardo sia nelle mani di pochi grandi gruppi. Gli indizi dicono qualcosa di più complesso: i grandi gruppi contano molto in poche zone e poco nel conto complessivo, e la distinzione decisiva è tra proprietà, gestione e intermediazione, perché ciascuna incassa una fetta diversa del margine. I casi che seguono sono documentati ma non compongono un censimento.
Smeralda Holding, controllata dalla Qatar Investment Authority, possiede quattro hotel di lusso con 372 camere, la marina di Porto Cervo, il Pevero Golf, il cantiere navale e una quota del 51 per cento di 2.290 ettari di terreni, con un piano di investimenti da 120 milioni in cinque anni avviato nel 2017: è proprietà integrale, in mano a un fondo sovrano. Gli hotel Romazzino e Pitrizza sono gestiti con i marchi Belmond e Cheval Blanc del gruppo Lvmh, mentre dipendenti e proprietà restano di Sardegna Resorts Srl: è solo gestione, presumibilmente con commissioni al marchio. Th Resorts gestisce villaggi, tra cui Free Beach a Costa Rei dal 2026, di proprietà di Iti Marina Hotels, famiglia Loi: gestione, senza proprietà. Delphina ha hotel a cinque e quattro stelle, ville e residence in Gallura da 34 anni e si definisce gruppo sardo, con proprietà e gestione dichiarate sarde. Emma Villas gestisce in esclusiva oltre 600 ville in Italia, è quotata a Milano e ha un punto vendita a Porto Cervo: è intermediazione di proprietà altrui.
Tre osservazioni tengono insieme il quadro. La prima è che l’acquisto della Costa Smeralda dalla Colony Capital, nel 2012, mostra quanto sia opaco il capitolo: per il prezzo circolano cifre molto lontane, “200 milioni più debiti” per Firstonline e “oltre 650 milioni” per Money.it, entrambe da indiscrezioni. Quando il perimetro è una delle zone più care d’Italia, il fatto che il prezzo non sia noto con precisione è già un risultato. La seconda è che un marchio internazionale non implica un proprietario esterno: a Costa Rei la proprietà resta a una famiglia sarda e la gestione passa a un gruppo continentale che trattiene una commissione, mentre a Porto Cervo i dipendenti sono assunti da una società italiana ma gli utili vanno a un fondo sovrano e, presumibilmente, una commissione al marchio. Il modello conta questi flussi tra i margini che escono e li distingue dalle commissioni delle piattaforme. La terza è che non esiste un contrappeso sardo di pari scala dimostrabile: Delphina è un gruppo grande e locale, ma il suo peso non è misurato dai dati consultati.
Ci sono poi due flussi che stanno fuori dal perimetro dei 4,4 miliardi, ma dentro la domanda. Il primo è il trasporto. Gli aeroporti sardi hanno superato i dieci milioni di passeggeri nei primi nove mesi del 2026, e gli incassi dei biglietti vanno a vettori come Ryanair, easyJet, Volotea, Delta e United, mentre la Regione sostiene il sistema con denaro pubblico: la proposta di Ryanair di azzerare l’addizionale comunale nei sei mesi di bassa stagione era stimata dall’assessora ai Trasporti in circa 10 milioni di euro l’anno. Per il 2026 la Regione ha stanziato inoltre 31,5 milioni per 592 eventi, 6,8 per il Capodanno, 80 milioni di convenzioni per borghi, Sette Città Regie e porte di accesso e 16 per il turismo accessibile. È denaro pubblico, in parte statale, che alimenta la domanda, e il cui ritorno non è misurato.
Il secondo flusso è l’intermediazione: tour operator continentali, piattaforme e gestori professionali. A livello nazionale, uno studio del Politecnico di Torino su dati AirDna indica che i grandi gestori crescono e rendono di più per appartamento. La versione regionale non è stata trovata.
Il numero più contestabile
I dati non consentono di ripartire il margine tra residenti e non residenti, e gli indizi vanno in direzioni opposte. Da una parte i letti sono frammentati, e l’indagine di Bper su 765 imprese descrive una prevalenza di piccole e medie imprese a gestione diretta, con una catena di fornitura prevalentemente locale. Dall’altra gli alberghi di lusso sono il segmento che cresce di più, il 7,6 per cento annuo tra 2017 e 2024, e gli alloggi in affitto gestiti in forma imprenditoriale, +24 per cento annuo, sono il segmento extra-alberghiero in maggiore espansione, secondo la Regione. Per questo il parametro è posto al 40 per cento dei margini, con una forchetta da 25 a 55, ed è il numero più contestabile del modello.
Ed è anche quello che conta di più. Si è visto che il modello distingue tre combinazioni dei sei parametri. Lo scenario centrale usa i valori centrali. Quello favorevole li sposta tutti nella direzione più benevola per la Sardegna: valore aggiunto al 45 per cento, commissioni al 4, acquisti fuori isola al 25, fornitori locali al 50, lavoro al 60, margini non sardi al 25. Quello sfavorevole nella direzione opposta. Non sono previsioni: sono i due estremi di un intervallo che non è verosimile toccare, perché tutti i parametri dovrebbero cadere insieme da una parte.
Più istruttivo è far variare un solo parametro alla volta, tenendo gli altri al valore centrale. Il risultato è questo. La quota dei margini a non sardi, portata dal 25 al 55 per cento, fa passare la quota che resta da 49,5 a 42,0: 7,5 punti. Il valore aggiunto diretto sulla spesa, dal 35 al 45, porta il risultato da 42,9 a 48,7, cioè 5,8 punti. Gli acquisti intermedi fuori isola, dal 25 al 45, danno da 47,7 a 43,8, 4,0 punti. Il valore aggiunto dei fornitori locali, dal 40 al 50, va da 44,3 a 47,2, 2,9 punti. La quota del lavoro, dal 50 al 60, da 44,6 a 46,9, 2,2 punti. Le commissioni delle piattaforme, dal 4 all’8 per cento, da 46,2 a 45,3, un solo punto.
Ne esce un paradosso. Il parametro che conta di più è proprio quello su cui i dati pubblici sono più poveri, cioè la parte dei margini che va a chi non vive in Sardegna: da solo sposta la quota che resta di 7,5 punti. Segue il rapporto tra valore aggiunto e spesa, che dipende dalla struttura dei costi delle imprese e potrebbe essere verificato sui bilanci. La divisione tra salari e profitti, le commissioni delle piattaforme e il valore aggiunto dei fornitori contano molto meno. Chi sostiene che il turismo “lasci poco” e chi sostiene che “lasci tanto” discute dunque soprattutto di proprietà, non di stipendi.
Il modello, infine, non vede quattro cose. Non sottrae il costo pubblico dei servizi. Non include i redditi di trasporto e di intermediazione che nascono fuori dall’isola. Non misura l’effetto dei flussi sul costo della vita dei residenti, e in particolare la pressione sugli affitti e sui prezzi delle case, che è il rovescio della ricchezza dei proprietari. E tratta come turistica una spesa che include, in piccola parte, quella di sardi in vacanza in Sardegna, un’approssimazione coerente con il perimetro della Banca d’Italia, ma da esplicitare.
Dove cercare
Quando i numeri si rimettono in fila, la composizione dei cento euro nel caso centrale è questa: 31 di salari, 15 di margini a imprese e proprietari sardi, 10 di margini a soggetti non sardi, 6 di commissioni a piattaforme e intermediari, 38 di acquisti di beni e servizi fuori dall’isola. Sui 4,4 miliardi del 2025 sono circa due miliardi che restano, 1,4 di salari e 0,7 di margini, e 2,4 che escono: 1,7 per acquisti fuori regione lungo la filiera, 0,3 per commissioni, 0,4 per utili di soggetti non sardi. Sui 4,9 miliardi del 2026 sarebbero 2,2 e 2,6.
La conclusione più contro-intuitiva è che la parte più grande di ciò che esce non è il profitto dei grandi gruppi, ma la struttura stessa dell’economia insulare. I grandi gruppi e la rendita dei non residenti, per quanto visibili in Costa Smeralda, pesano meno dell’importazione di cibo, energia e forniture. È una conclusione da maneggiare con prudenza, perché quel 38 dipende da ipotesi ancorate solo in parte a dati. Ma indica dove cercare per primo: una filiera locale più densa varrebbe più di qualunque tassa sugli utili in uscita.
Sulle tre grandezze di partenza, il quadro è questo. Il lavoro è abbondante e corto: 46mila posizioni medie, quasi il doppio delle persone, che incassano in media 12.500 euro lordi se lavorano a tempo pieno nei pubblici esercizi. Il reddito complessivo che resta sull’isola vale circa due miliardi su 4,4 di spesa, due terzi dei quali salari. La ricchezza si sposta verso chi ha case ben collocate, con prezzi in crescita e un mercato di affitti brevi in gran parte frammentato e in parte sommerso. La speculazione edilizia in senso stretto non è la leva principale, perché l’edilizia residenziale privata nel 2025 si è contratta del 16,7 per cento, mentre cresce la riconversione dell’esistente.
Per trasformare la stima in una misura servono cinque dati che esistono ma non sono pubblici o non sono incrociati. Servono le tavole delle interdipendenze settoriali regionalizzate, per misurare gli acquisti fuori isola invece di ipotizzarli. Servono i bilanci delle imprese sarde di alloggio e ristorazione, per misurare valore aggiunto e costo del lavoro sul fatturato. Servono i registri societari, per risalire alla controllante finale delle strutture ricettive e dire quanti margini escono. Servono le dichiarazioni sugli affitti brevi e l’imposta sulle seconde case, incrociate con la residenza fiscale del proprietario. Serve, infine, la banca dati delle strutture con il codice identificativo nazionale, che contiene già gestore e immobile.
La Regione il 15 ottobre ha annunciato un sistema di Tourism Intelligence. Sarebbe la sede naturale per l’indicatore di valore netto territoriale che altri hanno già chiesto, e per misurare ogni anno quanto di una spesa che cresce del dieci per cento si trasforma in reddito sardo. Fino ad allora la risposta alla domanda sulla banconota da cento euro resta una stima: circa quarantasei, forse trentaquattro, forse cinquantotto. Che nessuno possa dire con più precisione dove sia finito il resto è, in sé, il primo risultato della nostra inchiesta.
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