Una nuova proposta da parte di Ofgem, l’ente regolatore del mercato dell’energia nel Regno Unito, sta facendo discutere. Il regolatore ha infatti proposto di far pagare un deposito per le richieste di collegamento alla rete elettrica da parte di progetti di nuovi data center, con l’intenzione di scoraggiare le richieste fatte in maniera speculativa. Un’iniziativa che sembra necessaria anche in Italia, dove le richieste di collegamento di nuovi data center superano i consumi massimi dell’intero Paese.
Ofgem propone un deposito per il collegamento dei data center
Una delle preoccupazioni principali quando si parla di costruire nuovi data center e di collegarli alla rete energetica riguarda i costi che vengono distribuiti sul resto degli utenti. L’allacciamento delle strutture non è infatti gratuito in nessuna fase: richiede studi di fattibilità, piani per il collegamento, e la costruzione dell’infrastruttura necessaria con tutti i test collegati. I costi che gli operatori della rete elettrica devono sostenere sono molto elevati, e allo stato attuale sono gli altri utenti della rete a sostenerli, seppur indirettamente. Anche una volta che i data center sono stati costruiti, sono necessari molti anni perché i costi sostenuti per collegarli vengano ripagati.
Il problema attuale è che, oltre a queste considerazioni, c’è anche un fenomeno di intasamento delle procedure per richiedere nuovi collegamenti. In meno di un anno, nel Regno Unito si è passati da 41 GW a 125 GW di nuove richieste di allacciamento, e 80 GW della nuova domanda è costituito da progetti di data center.
Ofgem propone quindi, come riporta The Register di distinguere la crusca dal grano, ovvero le richieste fatte per pura speculazione da quelle reali, con un deposito da far pagare ai richiedenti. La strategia attuale è infatti in molti casi, almeno nel Regno Unito, quella di acquistare terreni, richiedere il collegamento e poi attendere: se alla richiesta viene dato “via libera”, si può rivendere il terreno e il progetto a un prezzo significativamente più alto a chi poi ha effettivamente necessità o intenzione di realizzare un nuovo centro di calcolo.
Ofgem ha dunque pensato di richiedere un deposito che va da 237.500£ (circa 280.000€) a 712.500£ (circa 835.000€) per ciascun megawatt richiesto, ovvero tra il 2,5% e il 7,5% dei costi medi di ogni progetto. I costruttori dovrebbero poi dimostrare di fare progressi nei progetti per mantenere il proprio posto nella coda di richieste e dovrebbero dimostrare solidità finanziaria, maturità commerciale e raggiungimento di traguardi nel procurarsi il necessario per mettere in attività i data center. Il deposito verrebbe restituito nel caso in cui si arrivasse al completamento dei progetti e all’allacciamento alla rete delle nuove strutture, oppure tenuto dall’operatore di rete nel caso in cui il progetto non arrivasse a conclusione.
L’obiettivo è quello di scoraggiare le richieste speculative, così che solo chi abbia davvero intenzione di costruire nuove strutture occupi il tempo e le risorse dei vari attori coinvolti come Ofgem, National Grid (equivalente britannico di Terna) e così via.
Un ulteriore problema, che però non viene attualmente considerato dalla proposta, è anche che si rischia di creare infrastrutture sovradimensionate: se viene fatta una richiesta per 500 MW ma si realizza poi effettivamente un progetto per 50 MW, i costi sostenuti diventano vani. La proposta rimarrà in una fase di consultazione pubblica fino al 16 settembre 2026.
Non abbiamo notizie di simili iniziative in Italia, nonostante siano presenti progetti per 79 GW (per mettere il dato nella giusta prospettiva, va notato che il consumo istantaneo medio dell’intera Italia, stando ai dati di Terna, è di 33,4 GW). La legge lombarda sui data center, prima del suo genere nel nostro Paese, guarda prevalentemente al consumo di suolo e non interviene sul fronte energetico.
La trappola degli investimenti e le ricadute economiche fantasma
C’è poi un altro aspetto, che è quello della “trappola degli investimenti”. Le aziende che intendono costruire data center, in particolare gli operatori internazionali e i fondi d’investimenti, puntano infatti il dito sugli investimenti che promettono per la realizzazione dei data center, spesso citando cifre miliardarie. Telehouse Europe, un operatore che è attivo nel Regno Unito, ha affermato che “la proposta di Ofgem è un’iniziativa importante, ma dev’essere implementata in modo da mantenere l’attrattiva del Regno Unito come destinazione per gli investimenti in infrastrutture digitali e per l’IA.” Il dato da ricordare, però, è che tali investimenti non si riversano per la stragrande maggioranza sull’economia locale, ma vanno nell’acquisto di server e attrezzature di altro genere che non portano benefici tangibili localmente.
I benefici arrivano solo in maniera indiretta, in particolare nel caso in cui le infrastrutture non siano gestite da operatori locali che reinvestono i profitti localmente. Nel caso dei grandi operatori americani del cloud, i benefici prendono la forma di nuove possibilità tecniche e tecnologiche per aziende e organizzazioni locali. Ma il fatto è che tali possibilità restano teoricamente presenti anche nel caso in cui i data center non siano installati localmente, salvo per poche applicazioni specifiche che sono sensibili alla latenza.
Alcuni dati sul mercato statunitense dicono che la costruzione di un data center porta a un aumento dell’occupazione locale e in particolare nel campo IT, ma tali benefici sarebbero concentrati nelle città (dove già c’è un mercato ben avviato in tal senso) e dove sono già presenti 4 o più data center; nelle aree rurali non ci sarebbero effetti significativi. In altri termini, i data center accelererebbero quell’effetto volano che le grandi città già hanno (o, per dirla con le parole degli autori dello studio, “il livello di sviluppo economico della comunità locale conta più della dimensione del progetto”). Non sembrano essere attualmente disponibili dati affidabili sull’Europa ed è dunque difficile trarre conclusioni.
È dunque importante inquadrare il dibattito nei termini corretti. Il fatto che un Paese sia o meno una destinazione per gli investimenti non ha pressoché rilevanza alcuna in termini d’impatto diretto sull’economia locale dalla costruzione delle strutture: non vengono create migliaia di posti di lavoro stabili, non c’è un investimento diretto significativo nel tessuto economico locale, non si aprono nuove possibilità prima irraggiungibili. Un data center, in altri termini, non è una centrale elettrica, senza la quale non ci possono essere le fabbriche. L’unico punto sul quale può valer la pena riflettere è quello della sovranità, o autonomia digitale, ma se gli operatori sono americani si ritorna punto e a capo.
Sebbene una moratoria come quella imposta dallo Stato di New York, che impedisce la costruzione di nuovi data center con consumi sopra i 50 MW, non sia la soluzione, dall’altro lato non lo è nemmeno questa frenesia attuale senza limiti che punta a costruire nuovi data center in ogni dove e con potenze teoriche in gioco superiori al consumo d’interi Paesi sviluppati. L’approccio di Ofgem sembra andare nella giusta direzione, per quanto comunque non risolva i dubbi più ampi legati alla sostenibilità economica di tutto questo grande circo, né quelli legati alla sua rilevanza per lo sviluppo delle nostre economie, in particolare quando si usano tecnologie americane in data center di proprietà di aziende americane.
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