no alle leggi scritte sui casi di cronaca



Sergio Mattarella non ha nominato Mario Roggero, non ha indicato partiti e non ha anticipato alcuna decisione sull’eventuale grazia. Ma durante la tradizionale cerimonia del Ventaglio al Quirinale ha pronunciato parole difficili da separare dal dibattito che da giorni divide la politica e l’opinione pubblica.

Il presidente della Repubblica ha scelto il terreno dei principi, come impone il proprio ruolo, e ha richiamato tutti al rispetto delle regole comuni. La sicurezza, ha spiegato, non si rafforza modificando le leggi ogni volta che un singolo episodio di cronaca provoca emozione, rabbia o identificazione collettiva. Al contrario, uno Stato che piega le norme ai comportamenti individuali rinuncia alla propria funzione.

Il riferimento al caso del gioielliere piemontese, pur mai esplicitato, è apparso evidente nel momento in cui il Parlamento e il governo discutono possibili modifiche alla legittima difesa e diversi esponenti politici chiedono clemenza per Roggero. Il Quirinale non entra nel merito della condanna e non anticipa il destino della domanda di grazia, ma fissa un confine preciso: le leggi valgono per tutti e non possono cambiare sotto la pressione del caso del momento.

Il messaggio sul caso Roggero: le leggi non inseguono la cronaca

«In una società civilmente ordinata, rassicurante per i cittadini, i comportamenti individuali devono rispettare le regole comuni, quelle della legge», ha affermato Mattarella. «Se invece si capovolgesse questo principio e si pensasse che le regole della legge debbano adattarsi ai comportamenti individuali, occasionali, cambiando il proprio contenuto di volta in volta, di caso in caso, non si rafforza la sicurezza, ma si decide l’abdicazione dello Stato».

Il presidente non ha offerto una valutazione giudiziaria sulla vicenda Roggero. Non avrebbe potuto farlo, tanto meno mentre resta aperto il tema della grazia, materia che rientra nelle sue prerogative costituzionali. Il passaggio contiene però una critica netta alla tentazione di trasformare un fatto di cronaca particolarmente discusso in una spinta immediata alla modifica delle norme.

Mattarella separa così due piani che la politica tende spesso a sovrapporre. Da una parte esiste la valutazione umana di una storia capace di colpire profondamente l’opinione pubblica. Dall’altra esiste l’ordinamento, che non può adattarsi ogni volta al protagonista più popolare, al caso più divisivo o alla pressione più forte del momento.

La sicurezza, nella visione del capo dello Stato, nasce dalla certezza delle regole e dalla capacità delle istituzioni di farle rispettare. Non dalla loro continua riscrittura sulla base dell’ultima emergenza mediatica.

Sui No Tav nessuna esitazione: «Violenza inammissibile»

Ancora più esplicito il passaggio sulle violenze avvenute in Val di Susa. Mattarella ha definito «inammissibili» gli assalti e ha chiesto una condanna priva di esitazioni, distinguo o cautele politiche.

«Non è accettabile alcuna esitazione né circospezione nel condannare e contrastare simili comportamenti aggressivi», ha dichiarato. Poi ha pronunciato la frase più dura dell’intervento: «La violenza è un virus letale per la democrazia e per la vita sociale. Aggredisce la Costituzione».

Il richiamo investe direttamente quanti, soprattutto in alcuni settori della sinistra, hanno impiegato tempo prima di prendere le distanze dagli scontri o hanno accompagnato la condanna con una lunga serie di precisazioni sulle ragioni storiche del movimento No Tav.

Il presidente non mette in discussione il diritto al dissenso, alla protesta o alla mobilitazione contro un’opera pubblica. Separa però quel diritto dalla violenza organizzata, dagli attacchi contro le forze dell’ordine, dai lanci di pietre e bombe carta e dagli incendi dei mezzi.

La protesta appartiene alla democrazia. L’aggressione fisica tenta invece di sostituire la forza alla decisione pubblica. Per questo, nel discorso di Mattarella, non può trovare alcuna giustificazione politica.

Il richiamo alla maggioranza sui giovani costretti a emigrare

Il capo dello Stato ha rivolto un messaggio anche alla maggioranza, invitandola a non concentrare ogni attenzione sul fenomeno dell’immigrazione mentre migliaia di giovani italiani lasciano il Paese non per libera scelta, ma perché non trovano opportunità adeguate.

Il tema dell’emigrazione giovanile entra così nel discorso sulla sicurezza, sulla coesione sociale e sulla capacità dello Stato di offrire un futuro ai propri cittadini. L’Italia discute ogni giorno di frontiere, arrivi e rimpatri, ma dedica molto meno spazio alla perdita di laureati, professionisti e lavoratori qualificati.

Mattarella richiama la politica a una visione meno selettiva dei fenomeni migratori. Non esiste soltanto chi arriva. Esiste anche chi parte, spesso dopo che lo Stato ha sostenuto i costi della sua formazione senza riuscire a offrirgli una possibilità di realizzazione.

Elezioni 2027, Mattarella ferma la campagna permanente

Il terzo messaggio riguarda le elezioni politiche. Da settimane il dibattito ruota già attorno al voto del 2027, alle possibili alleanze, ai candidati, alla nuova legge elettorale e alla durata effettiva della legislatura.

Mattarella ha definito «intempestive» le tensioni elettorali anticipate, perché rischiano di sottrarre attenzione ai problemi che incidono ogni giorno sulla vita dei cittadini e di deformare la realtà delle questioni affrontate dal Parlamento.

Il presidente non chiede ai partiti di rinunciare al confronto politico. Chiede però di non trasformare ogni decisione, ogni dichiarazione e ogni passaggio parlamentare in una mossa elettorale compiuta con un anno di anticipo.

Quando la campagna elettorale diventa permanente, i problemi reali finiscono sullo sfondo. Il lavoro, i salari, la sanità, l’emigrazione giovanile, la sicurezza e le disuguaglianze cedono il posto ai sondaggi, alle candidature e alle tattiche per il prossimo voto.

Mattarella ha collegato questo richiamo anche alla crescente astensione, indicata come una delle principali preoccupazioni per la tenuta democratica. La politica che parla soltanto a sé stessa, impegnata a calcolare alleanze e convenienze, rischia di allontanare ulteriormente cittadini già disillusi.

Un discorso contro la politica dell’emergenza

I tre passaggi apparentemente distinti condividono lo stesso filo. Mattarella contesta una politica dominata dall’emergenza, dalla reazione immediata e dalla convenienza del momento.

Sul caso Roggero invita a non riscrivere le leggi sotto la pressione della cronaca. Sulla Val di Susa rifiuta ogni indulgenza verso la violenza, anche quando nasce dentro una battaglia politica. Sulle elezioni chiede ai partiti di non abbandonare il governo dei problemi per iniziare con largo anticipo la corsa al voto.

È un richiamo alla misura, alla responsabilità e alla distinzione dei ruoli. La dialettica politica resta essenziale, ma non può trasformarsi in partigianeria permanente. Il dissenso conserva piena legittimità, ma perde ogni giustificazione quando sceglie la violenza. L’emozione collettiva merita ascolto, ma non può dettare il contenuto delle leggi.

Dal Quirinale arriva dunque un avvertimento rivolto a tutti: lo Stato non può inseguire ogni caso di cronaca, arretrare davanti agli assalti o vivere perennemente in campagna elettorale. Deve governare, applicare le regole e affrontare i problemi reali del Paese.


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Luca Arnau

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