Fratelli d’Italia rilancia la sanatoria del 2003, il Pd annuncia battaglia. Nell’area vesuviana migliaia di pratiche restano ferme da decenni.
Settantamila pratiche di condono edilizio ferme nei tredici Comuni del Parco nazionale del Vesuvio. Diecimila soltanto a Torre del Greco. La proposta di Fratelli d’Italia di riaprire la sanatoria del 2003 riporta in Parlamento un problema che la Campania trascina da oltre vent’anni. Migliaia di famiglie vivono in abitazioni per le quali hanno presentato domanda e versato le oblazioni previste, senza ottenere ancora una risposta definitiva dagli uffici competenti.
Fratelli d’Italia vuole riaprire la sanatoria del 2003
Il partito di Giorgia Meloni prepara un emendamento alla legge di Bilancio per consentire anche alla Campania di applicare il condono edilizio nazionale del 2003.
Marco Nonno e Giorgio Longobardi sostengono che sia necessario correggere una disparità risalente alla stagione in cui la Regione era governata da Antonio Bassolino.
La proposta riguarderebbe gli immobili realizzati entro il 31 marzo 2003, lasciando fuori gli abusi successivi.
Il centrodestra presenta l’iniziativa come una risposta alle famiglie che hanno costruito una casa per necessità e continuano a vivere nell’incertezza.
Il confronto era già stato riaperto con la proposta di riaprire il condono edilizio attraverso gli emendamenti al bilancio campano, ma la nuova iniziativa parlamentare ha riportato lo scontro direttamente tra maggioranza e opposizione.
Piero De Luca annuncia battaglia contro il condono
Il segretario regionale del Partito democratico Piero De Luca accusa Fratelli d’Italia di utilizzare la questione abitativa per raccogliere consensi.
«La destra continua a prendere in giro il Sud con un ennesimo spot elettorale».
Il deputato chiede al governo di concentrarsi sulle difficoltà delle famiglie sfollate nei Campi Flegrei, sul caro affitti e sul Piano casa.
Il presidente del Consiglio regionale Massimiliano Manfredi assume invece una posizione meno rigida, pur esprimendo contrarietà alla logica delle sanatorie.
«Personalmente non sono favorevole alla logica dei condoni, ma ritengo corretto esprimere un giudizio nel merito solo davanti a proposte e provvedimenti concreti».
Manfredi chiede di distinguere le piccole irregolarità dagli abusi più gravi, soprattutto nelle aree vincolate o esposte a rischi idrogeologici.
Fico dice no, Sangiuliano sostiene l’emendamento
Anche Roberto Fico ha espresso la propria opposizione alla riapertura del condono. Una posizione che ha alimentato una polemica politica sulla diversa gestione della colmata di Bagnoli.
Per quella zona, infatti, una modifica legislativa ha consentito di conservare un’enorme quantità di materiale industriale che la normativa precedente prevedeva di rimuovere.
Fratelli d’Italia richiama questa vicenda per contestare la rigidità del centrosinistra nei confronti delle famiglie che attendono la regolarizzazione delle proprie abitazioni.
A sostenere l’emendamento è anche l’opposizione regionale guidata da Gennaro Sangiuliano, secondo la quale occorre sanare una disparità che si trascina da ventitré anni.
Il partito cita inoltre circa 50mila ordinanze di demolizione pendenti in Campania, un numero che restituisce la portata della questione abitativa e amministrativa.
I vincoli ambientali bloccano migliaia di domande
Riaprire il condono del 2003 non basterebbe, da solo, a risolvere tutti i problemi.
Il decreto-legge che introdusse il condono edilizio del 2003 prevede infatti limiti per le costruzioni situate in aree sottoposte a vincoli.
Gran parte del territorio intorno al Vesuvio rientra proprio in queste condizioni, con la conseguenza che numerose pratiche non possono essere definite senza il parere della Soprintendenza.
A Ottaviano, ad esempio, sono oltre quattromila le domande ancora in attesa. Quelle riferite al 2003 rappresentano poco più del dieci per cento, mentre la maggioranza risale ai condoni del 1985 e del 1994.
Il problema riguarda dunque anche le vecchie sanatorie e l’incapacità degli uffici di concludere procedimenti avviati da decenni.
Molti proprietari hanno pagato somme consistenti senza ricevere una decisione sull’immobile nel quale continuano ad abitare.
Ottaviano e San Giuseppe Vesuviano cercano di accelerare
Alcuni Comuni hanno cominciato ad affrontare il problema con strumenti amministrativi differenti.
Ottaviano ha revocato le vecchie commissioni che da anni non si riunivano e ne ha nominate di nuove. La decisione si richiama a una pronuncia del Consiglio di Stato sui pareri della Soprintendenza presentati in ritardo durante le conferenze di servizi.
A San Giuseppe Vesuviano gli uffici hanno ripreso l’esame delle domande in ordine cronologico, partendo da quelle del 1985.
Il sindaco Michele Sepe ha annunciato l’intenzione di arrivare alle prime risposte entro l’anno nuovo.
Sono interventi che cercano di rimettere in movimento procedimenti rimasti fermi per anni, anche a causa della difficoltà di ottenere tutti i pareri necessari.
Terzigno e Sant’Anastasia sperimentano altre soluzioni
Terzigno ha modificato il regolamento edilizio per consentire determinati utilizzi turistici degli immobili sui quali pendono istanze di condono.
La misura permette, in alcune condizioni, di trasformare le strutture in bed and breakfast o case vacanze, attraverso procedure che consentono l’utilizzo degli edifici.
Sant’Anastasia ha invece sottoscritto un accordo con la Soprintendenza per accelerare l’esame delle pratiche relative ai condoni del 1985 e del 1994.
Il Comune vuole ridurre i tempi di attesa e offrire ai cittadini risposte su domande rimaste irrisolte per decenni.
Altre amministrazioni stanno valutando la possibilità di adottare strumenti analoghi, ma il problema resta particolarmente difficile nelle aree sottoposte a vincoli stringenti.
La zona rossa impedisce nuove costruzioni residenziali
Una parte delle difficoltà nasce dalla legge regionale che disciplina l’edificazione nelle zone a rischio vulcanico del Vesuvio.
La normativa vieta l’incremento dell’edificazione residenziale nelle aree considerate maggiormente esposte al pericolo vulcanico.
Il divieto ha limitato la costruzione di nuove abitazioni, ma i Comuni continuano a gestire un numero enorme di istanze relative a immobili già esistenti.
Le richieste riguardano vecchie case, ampliamenti, costruzioni realizzate in periodi differenti e fabbricati che, dopo la presentazione della domanda, sono stati ulteriormente modificati.
Proprio queste trasformazioni rendono talvolta più difficile definire il procedimento, perché l’immobile esistente non corrisponde più a quello descritto nella documentazione originaria.
Duemilacinquecento ordinanze, soltanto 125 demolizioni
La lentezza delle procedure emerge anche nel capitolo degli abbattimenti.
In trent’anni l’Ente Parco nazionale del Vesuvio ha emesso circa 2.500 ordinanze di demolizione. Alla conclusione dell’ultima rilevazione citata, quelle eseguite erano appena 125.
Ogni anno il Parco destina circa 600mila euro alle demolizioni, ma ricorsi e incidenti di esecuzione possono allungare i tempi fino all’intervento della Cassazione.
La Procura di Nola aveva istruito 56 pratiche, con una richiesta di oltre 700mila euro rivolta all’Ente Parco. Terzigno risultava il Comune con il maggior numero di procedure in quella ricognizione.
Intanto aumentano le autodemolizioni, attraverso le quali sono gli stessi proprietari a provvedere agli abbattimenti.
Il Parlamento deciderà il futuro della sanatoria
L’emendamento di Fratelli d’Italia dovrà affrontare l’opposizione del Pd e confrontarsi con i limiti imposti dai vincoli ambientali.
Per i Comuni il lavoro rimane enorme: esaminare decine di migliaia di pratiche, acquisire i pareri richiesti e stabilire quali immobili possano essere regolarizzati.
Per le famiglie coinvolte, invece, significa continuare ad aspettare una decisione che riguarda la propria abitazione e il patrimonio costruito nel corso degli anni.
Il centrodestra promette di correggere una disparità che dura da ventitré anni. Il centrosinistra contesta il ritorno al condono e chiede altri interventi sulla questione abitativa.
Sotto il Vesuvio la discussione politica si misura con settantamila pratiche ancora ferme. Documenti presentati, oblazioni versate e famiglie che aspettano di sapere quale sarà il destino della propria casa.
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