Page e Brin superano Zuckerberg nella classifica dei miliardari. La corsa dei patrimoni digitali accentua le disuguaglianze e riapre il dibattito sulla tassa minima globale: dal 15% sulle multinazionali al 2% proposto sui ricchi
La classifica cambia, ma la ricchezza resta super concentrata. Larry Page e Sergey Brin precedono Mark Zuckerberg nella graduatoria Bloomberg dei miliardari. Il sorpasso dei fondatori di Google sul fondatore di Facebook (ora Meta) è arrivato solo nell’ultimo periodo. I numeri sono eloquenti: Page raggiunge 297 miliardi di dollari di patrimonio, Brin si attesta a 276 miliardi, Zuckerberg scende a 261 miliardi complice il diverso andamento dei titoli Alphabet (la holding di controllo di Google) e Meta (che include i brand Facebook, Instagram e Whatsapp, solo per citare i più rappresentativi). Un andamento divergente perché Alphabet ha guadagnato nell’ultimo anno oltre il 38% a Wall Street, mentre Meta solo il 2,79%.
Come sta cambiando il capitalismo tecnologico
Il dato offre una fotografia del capitalismo tecnologico: cambiano i protagonisti premiati dai mercati, mentre la proprietà delle grandi piattaforme continua a produrre fortune personali difficili persino da rappresentare. Dietro la competizione tra imprenditori c’è una questione che riguarda tutti: come distribuire i benefici di una trasformazione industriale finanziata dai capitali privati, ma alimentata anche dalla ricerca, dalle infrastrutture e dalle competenze costruite con risorse pubbliche.
Il trasferimento della ricchezza
Il punto economico è il modo in cui questi patrimoni si formano. Non sono stipendi accumulati, né denaro interamente disponibile su un conto corrente. Sono soprattutto partecipazioni societarie, il cui valore sale e scende con le aspettative degli investitori. Quando il mercato attribuisce a un’impresa maggiori possibilità di crescita, una parte dell’aumento di capitalizzazione si trasferisce immediatamente nella ricchezza stimata dei suoi principali azionisti. Perché lo stesso progresso arrivi nelle retribuzioni, invece, occorrono investimenti, aumenti di produttività e una contrattazione capace di distribuirne i risultati.
L’effetto amplificato dell’AI
L’intelligenza artificiale rende questa distanza particolarmente rilevante. Chi possiede piattaforme, capacità di calcolo e canali di distribuzione può beneficiare delle aspettative sui profitti futuri prima che siano chiari gli effetti complessivi sull’occupazione e sui redditi. La promessa di maggiore produttività può tradursi in benessere diffuso; il passaggio, però, dipende dalle condizioni della concorrenza, dalle opportunità offerte ai lavoratori e dalle scelte fiscali.
L’aumento delle disuguaglianze
I dati della Federal Reserve aiutano a misurare quanto sia diseguale il punto di partenza. Nel secondo trimestre del 2026, l’1% delle famiglie americane più ricche possedeva complessivamente circa 32.900 miliardi di dollari in azioni societarie e quote di fondi comuni. Alla metà meno ricca spettavano circa 370 miliardi. Sono attività finanziarie, non il patrimonio netto complessivo, e la voce non comprende tutte le forme di risparmio pensionistico. Ma la sproporzione mostra perché una stagione favorevole delle Borse possa ampliare le distanze: gli aumenti premiano soprattutto chi detiene già la maggior parte degli strumenti che si rivalutano.
L’ipotesi della Global Minimum Tax
Da qui nasce il dibattito sulla tassazione minima globale. Un’espressione che comprende progetti diversi, da distinguere per capire che cosa possano ottenere. Il primo riguarda le imprese: il sistema elaborato in sede Ocse e G20 prevede un livello minimo effettivo del 15% sugli utili dei grandi gruppi, con una soglia di ricavi di 750 milioni di euro. Nell’Unione europea il principio è stato recepito attraverso una direttiva. L’obiettivo è limitare la convenienza a spostare gli utili nelle giurisdizioni meno esigenti e contenere la concorrenza fiscale tra Stati.
Il dibattito il sede Ocse
L’attuazione richiede tuttavia continui compromessi. Nel gennaio 2026, l’Ocse ha annunciato un nuovo accordo tra le 147 giurisdizioni del quadro inclusivo, con semplificazioni e meccanismi di salvaguardia per coordinare il funzionamento dei diversi regimi. Il negoziato mostra quanto sia complesso trasformare un principio condiviso in un prelievo efficace: contano le basi imponibili, le agevolazioni riconosciute e le regole con cui i sistemi nazionali convivono.
Le plusvalenze in Borsa
Tassare gli utili societari, però, affronta solo una parte del problema. Un’impresa può pagare le imposte e il suo fondatore vedere crescere enormemente il valore delle proprie azioni senza incassare un reddito personale equivalente. Finché la rivalutazione resta sulla carta, nei sistemi che tassano le plusvalenze al realizzo il prelievo può essere rinviato. La capacità economica cresce più rapidamente del reddito dichiarato.
La proposta di Zucman
Su questa distanza interviene la proposta dell’economista Gabriel Zucman, elaborata nel 2024 su incarico della presidenza brasiliana del G20: garantire ai miliardari un livello minimo annuo di tassazione personale equivalente al 2% del patrimonio. Le imposte già versate concorrerebbero al raggiungimento della soglia; il contribuente dovrebbe integrare soltanto l’eventuale differenza. Secondo le stime contenute nel rapporto, riferite alla platea e ai patrimoni considerati allora, il meccanismo potrebbe raccogliere tra 200 e 250 miliardi di dollari l’anno da circa tremila persone nel mondo.
Le difficoltà nella valutazione delle non quotate
Le difficoltà sono concrete: valutare le società non quotate, individuare i beneficiari effettivi delle strutture patrimoniali, gestire le oscillazioni dei prezzi e impedire che il trasferimento della residenza svuoti il prelievo. Il rapporto propone di rafforzare le imposte all’uscita e studiare strumenti di riscossione tra Paesi aderenti, sostenendo che una cooperazione efficace sarebbe possibile anche senza un’adesione universale. Sono soluzioni da negoziare, la cui riuscita dipenderebbe dalla qualità delle regole e dalla capacità di applicarle.
L’impegno del G20 di Rio
Il G20 di Rio del novembre 2024 aveva assunto l’impegno a cooperare perché gli individui con patrimoni molto elevati fossero tassati efficacemente, rispettando la sovranità fiscale degli Stati. Quel passaggio non introduceva un’aliquota mondiale del 2%: riconosceva il problema e apriva uno spazio politico per affrontarlo. La corsa dei grandi patrimoni rende quello spazio più urgente. Una classifica di miliardari, da sola, non dimostra che il resto della popolazione si stia impoverendo: la ricchezza può aumentare a più livelli della distribuzione. Mostra però quanto rapidamente possano crescere le disponibilità di chi possiede quote rilevanti delle imprese premiate dai mercati. Per valutare il successo economico della rivoluzione tecnologica bisognerà guardare anche altrove: ai salari reali, all’accesso alla casa, alla mobilità sociale e alle risorse per i servizi pubblici. È lì che si misurerà la capacità dell’innovazione di migliorare la vita di chi non compare nella classifica.
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